Le Lacrime di Siracusa

Era una bella giornata primaverile quando, dopo un tour con un gruppo in Sicilia, mi trovai a dover soggiornare l’ultima notte a Siracusa.

L’hotel era situato vicino alla zona archeologica della Neapolis.

Decisi quella sera di godermi l’aria limpida e tersa intorno a me, mi incamminai quindi verso la città.

Appena giunto tra le abitazioni intravidi una costruzione, una chiesa abbastanza moderna fatta a “cono rovesciato” e mi ricordai che doveva essere il santuario dedicato alla Madonna delle Lacrime.

L’evento prodigioso della lacrimazione avvenne nel 1953 in casa dei coniugi Iannuso di Siracusa.

La moglie del signor Iannuso era in attesa del primo bambino, ma aveva una gravidanza difficile e spesso le procurava un abbassamento della vista. La notte del 29 Agosto la sua condizione peggiorò tanto che divenne cieca.

La mattina riacquistò la vista e alzando gli occhi verso il quadro che aveva sopra il letto, vide delle grosse lacrime scendere sul viso della madonnina.

Il fenomeno durò fino al primo settembre.

Si recarono sul luogo il vescovo e alcuni chimici del laboratorio di igiene e profilassi, assieme al dott. Cassola dichiaratamente ateo.

In loro presenza dagli occhi dell’immagine di Maria sgorgarono copiosamente le lacrime.

Vennero raccolte le lacrime con una provetta e vennero compiute le analisi sul quadro. Il liquido aveva la stessa composizione chimica delle lacrime umane e lo stesso dott. Cassola non seppe spiegare il fenomeno.

Il 12 dicembre dello stesso anno, la chiesa dichiarò autentica la prodigiosa lacrimazione.

Il tempo a disposizione che avevo era veramente poco, ma non potevo partire da Siracusa senza fare una visita al Santuario; così mi informai sull’apertura mattutina e mi ripromisi di andarci la mattina seguente.

Alle 6 mi alzai e prima ancora di fare colazione andai al santuario. Aveva appena albeggiato e il sole iniziava a riscaldare con i suoi teneri raggi.

Man mano che mi avvicinavo alla costruzione mi resi conto che gli architetti nel realizzare l’opera, cercarono di rappresentare una lacrima caduta dal cielo che cadendo bagnava di grazie i pellegrini che si avvicinavano ad essa.MADONNA DELLE LACRIME

Il cancello del recinto era aperto e il sacrestano che incontrai sul sagrato stava per aprire la porta.

Entrai in chiesa e a quell’ora ancora non c’era nessuno, tutto era in penombra.

Dietro l’altar maggiore c’erano illuminati una grande croce e ai suoi piedi il piccolo quadro: era il quadro del “prodigio”.

Mi sentii avvolto dalla grazia di Maria e in quel momento chiesi la protezione e il suo soccorso per tutte quelle famiglie che tutt’oggi vivono nella disperazione, nel pianto e INTERNO SANTUARIO LACRIMEnella sofferenza.

L’incontro di quella mattina fu un momento breve, ma intenso.

Dopo aver acceso una candela, uscii dal Santuario.

Come il lume bruciava nel Santuario, così nel mio cuore si accese la speranza che la mia preghiera potesse essere ascoltata dalla nostra Mamma Celeste.

Il Pane trasformato

 

Oggi vorrei raccontarvi della prima volta che visitai il Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano.

Nel 1999, stavo organizzando un viaggio di gruppo con destinazione San Giovanni Rotondo. Durante la stesura del programma mi accorsi che mi occorreva un punto, un luogo dove poter fare una sosta per il pranzo visto che la distanza non mi permetteva di fare il viaggio in un’unica soluzione.

Sapevo che nella zona di Chieti c’era una località, Lanciano, che era nota per un Miracolo Eucaristico avvenuto attorno alla prima metà dell’VIII secolo.

Così impostai il tour decidendo di fermarmi proprio in quel luogo.

Partimmo che era primavera inoltrata, la fresca brezza mattutina aiutava a svegliarci dall’intorpidimento della notte trascorsa. Arrivammo a Lanciano all’ora di pranzo e, scesi dal pullman, ci incamminammo verso il centro storico dove era stato prenotato il ristorante.

Sinceramente, arrivando a Lanciano non immaginavo di trovarmi di fronte ad una città ricca di monumenti di straordinaria bellezza ma soprattutto un luogo così intriso di storia: il suo nome in epoca romana era Anxanum ed ebbe il suo massimo splendore nel Medioevo quando divenne importante per le sue Fiere di bestiame, visto che si trovava al crocevia dei due rami del famoso Tratturo.

Ma non sono qui per farvi una lezione; oggi vi voglio raccontare la storia di un monaco.

Si narra, infatti, che un monaco, discepolo di San Basilio, di origine greca, studioso delle scienze umane, fosse tormentato dal dubbio sulla reale presenza di Gesù nell’Eucarestia. Fu proprio per questa sua incertezza che avvenne il Miracolo. Infatti, si racconta che durante la celebrazione della S.Messa, nella chiesa di San Francesco, il monaco venne colpito ancora una volta dal dubbio che durante la consacrazione potesse avvenire la transustanziazione, cioè la trasformazione dell’ostia in carne e del vino in sangue; ed è proprio durante la consacrazione che vide l’Ostia tramutarsi in carne umana e il vino in sangue, il quale si coagulò in 5 grumi. Non si conosce il nome del monaco in questione ma sicuramente penso che le sue incertezze, dopo tale avvenimento, si fossero definitivamente dissipate.

La carne venne stesa dai monaci su un supporto ed esposta ai fedeli per la contemplazione.

I secoli trascorsero e la carne non presentava un benchè minimo segno di putrefazione.

Nel 1970, l’arcivescovo di Lanciano, decise di chiedere un esame istologico del “miracolo”. Il compito fu affidato al dott. Linoli, capo del servizio dell’ospedale

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di Arezzo e professore di anatomia istologica e chimica, coadiuvato dal prof Bertelli dell’Università di Siena. Il dr Linoli, fece dei prelievi sulle reliquie e il risultato presentato qualche mese dopo dette conferma che la carne miracolosa è veramente carne umana ed appartiene al muscolo cardiaco ed anche il sangue miracoloso, confermato dall’esame cromatografico, è vero sangue umano appartenente al gruppo sanguigno AB (lo stesso della Sacra Sindone conservata a Torino) ed entrambi i campioni, carne e sangue, sono della stessa persona. Oltre a ciò, il dr Linoli ha certificato che non vi è la presenza di sali o sostanze estranee introdotte a scopo di mummificazione.

Anche la scienza, quindi, ci conferma l’inspiegabilità dell’avvenimento.

Il Miracolo, posto in una teca di cristallo di rocca sull’altare maggiore, è sempre visibile così come visibili sono i grumi di sangue.

Da dietro l’altare, alcuni gradini permettono ai visitatori di salire

per meglio vedere da vicino il prodigio avvenuto nell’VIII secolo.

Quando fu arrivato il mio turno, salii con trepidazione quei pochi gradini, e subito risuonarono in me le parole dell’Angelo che disse ai 3 pastorelli a Fatima: “Dio mio, io credo, adoro, spero e Vi amo. Io Vi domando perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, non Vi amano.”

Quando talvolta, umanamente, siamo portati a dubitare, il Miracolo avvenuto a Lanciano ci riporta a credere che, nonostante l’apparenza, durante la S. Messa nel momento della consacrazione veramente in quell’Ostia c’è la presenza di Gesù con la sua carne, il suo cuore e il suo sangue.

Lo posso dire, sono uscito da quel Santuario con un senso di pace e con le risposte che attendevo da tempo e che non sapevo la mia anima stesse cercando.

Abbà, Padre

 

E’ mattina quando, lasciato il nostro hotel nella zona moderna di Gerusalemme, ci avviamo verso il Monte degli Ulivi. La strada, delimitata da alberi è un susseguirsi di moderne abitazioni, alcune hanno il proprio giardino, altre sono grandi condomini. Mi salta all’occhio una cosa comune a tutte quante: i primi due piani hanno le finestre blindate da grate di acciaio per paura di lanci di sassi da parte di qualche facinoroso.

Ecco che superata la valle della Geenna, un tempo luogo dove il fuoco sempre acceso divorava i rifiuti che venivano prodotti nella cittadella, arriviamo alle mura di Gerusalemme e nel costeggiarle, noto la Porta di Sion, quindi la Porta di Jaffa a seguire la Porta Nuova, la Porta di Damasco, sempre molto vivace con il vicino quartiere musulmano con il suo mercato. Infine, alla confluenza con la valle di Cedron, si sale verso il Monte degli Ulivi. In realtà non è un vero e proprio monte come lo intendiamo noi ma una collina.

Gesù passò molto tempo sul Monte degli Ulivi e sicuramente ci passava per recarsi dall’amico Lazzaro a Betania appena oltre il colle; ed è proprio qui, alla base del Monte che avvenne il tradimento da parte di Giuda nel giardino del Getsemani.

È qui sul Monte che ci insegnò a pregare, ed è qui che pianse per Gerusalemme.

Ci fermiamo nel luogo dove secondo la tradizione avvenne l’Ascensione. La visita devo dire che lascia un po’ di amaro in bocca: l’Edicola è oggi una moschea non più adibita al culto. L’interno, è imbrattato dal guano dei piccioni che vi hanno nidificato. E’ circondata da un muro esterno ottagonale con alcuni altari sui quali il giorno della festa propria, i cristiani celebrano le S.Messe.

Proseguiamo, ed ecco che da un muro spunta una bandiera francese. Siamo arrivati alla Basilica del Pater Noster. Tutta la zona della basilica è circondata da un alto muro perimetrale. All’interno c’è un grande giardino ben curato. La storia narra che nel 1856 la principessa francese Aurelia Bossi, principessa de la Tour d’Auvergne, acquistò il terreno e le annesse rovine del vecchio santuario. La principessa, vi costruì anche un monastero per le carmelitane e dagli scavi compiuti, si trovarono dei graffiti in una grotta. Qui in questa grotta, la tradizione vuole che Gesù istituì la preghiera per eccellenza: il Padre Nostro

Lungo tutto il muro interno e nelle pareti del chiostro, 62 pannelli formati da piastrelle di ceramica, riproducono in tutte le lingue del mondo ed anche in alcuni dialetti italiani, la preghiera che Gesù ci ha insegnato: il Padre Nostro.

Che preghiera ci ha lasciato! quanta profondità! quanta bellezza! quanto Amore !

Con Gesù abbiamo imparato a chiamarlo Padre, come nessun altro lo ha mai fatto, anzi “abbà” che è forse la maniera più tenera di un bambino di chiamare il proprio genitore,  abbiamo imparato a chiedere il pane quotidiano nell’Eucarestia, abbiamo imparato a lasciarci andare tra le sue braccia nel “sia fatta la tua volontà”, come del resto Gesù stesso nel Getzemani ha chiesto al Padre che sia la Sua volontà ad essere fatta e non la sua, abbiamo imparato a chiedere il perdono per i nostri peccati ed infine gli abbiamo chiesto di proteggerci  alle tentazioni del mondo edi non abbandonarci nell’ora della prova.  Amen !!!!!

Beati……Beati……Beati…….

 

 

Con un pizzico di nostalgia lasciamo la piccola chiesetta sul lago e percorriamo un breve tratto di strada asfaltata.

Attraversiamo campi di erba bruciata dal sole, intervallati da piante di ulivi, eucalipti, coltivazioni di banane e basse palme da dattero per poi salire sulla collina dove si ricorda il discorso della montagna.

Ogni tanto, lungo il ciglio della strada, alcuni cespugli di oleandro danno colore alla monotonia del paesaggio: siamo al monastero delle Beatitudini.

Ci fermiamo al largo cancello di ingresso, dove un guardiano consegna all’autista del pullman la ricevuta del pagamento per il parcheggio e da qui, dopo aver ottenuto l’autorizzazione, entriamo nella zona del monastero.

Colpisce immediatamente lo splendido giardino e le innumerevoli specie di piante, alcune sempre-verdi come degli enormi Ficus Benjamin (le cui radici affiorano dal terreno) ed altre, con fiori sgargianti i cui colori si contrappongono al marrone della terra.

Appena scesi dal pullman ci aspetta il classico ristoro, molto ben rifornito.

Ne approfitterei subito per godermi una spremuta di melograno, ma avendo già prenotato la Messa e dovendo fare la Comunione, per il momento soprassiedo.

La vista dalla collina è unica: il blu del lago sottostante si fonde con il colore azzurro del cielo, mentre in fondo, dalla parte opposta, i monti della Siria e le alture del Golan gli fanno da corona.

A destra si intravede in lontananza Tiberiade, mentre a sinistra si scorgono gli scavi archeologici di Cafarnao.

Sul lago alcune barche trasportano i pellegrini che sperimentano l’attraversata del lago come fecero gli Apostoli.

Una leggera brezza proveniente dal mare accarezza i nostri volti.

Nel giardino, sotto i Ficus, ci sono degli altari e in alcuni sono già in corso delle celebrazioni.

Si avvicina una suora e mi consegna una chiave che apre un lucchetto; al mio gruppo è stata assegnata una cappella ricavata in una parte del giardino che forma un teatro naturale nella zona sottostante la basilica.

L’altare è rivolto verso il lago e i fedeli durante la celebrazione si trovano dinanzi sia l’altare che il lago stesso.

Alla consacrazione, quando il sacerdote eleva l’ostia e il calice, l’effetto ottico è unico perché essi si stagliano sopra il lago come a ricordarci che il creato è opera Sua.

La chiesa è a pianta ottagonale e venne eretta nel 1937 dall’architetto Barluzzi, costruita con una materiale grigio chiaro e circondata da un porticato di colonne bianche; sopra a tutto una cupola, terminante con una lanterna.

All’interno della chiesa e su ciascuna delle otto mura, sono scritte in latino le otto beatitudini, mentre sul pavimento sono raffigurate le tre virtù teologali (fede, speranza e carità) e le quattro virtù cardinali (fortezza, giustizia, prudenza, temperanza).

In questo contesto, in questa cartolina, prende forma e si interiorizza il discorso della Montagna.  Lo spirito è aiutato a comprendere la nostra insignificanza di fronte al creato stesso.

Alcuni padri della chiesa considerano il discorso della montagna come la “magna charta” del cristiano.

Per me è sempre stato difficile comprendere la ragione per la quale io debba essere beato se qualcuno mi insulta o per essere l’ultimo e non il primo. Ho sempre compreso di più l’essere misericordiosi, piuttosto che trovare la beatitudine nelle afflizioni della vita.

In questo luogo, vivendo di persona il “quinto Vangelo”, ho capito che forse fino ad oggi ho cercato le beatitudini nelle cose effimere della vita, e che il cristianesimo significa abbracciare anche queste croci, piccole o grandi, che ci sono state affidate col discorso della montagna.

Ma è ora di ripartire Cafarnao ci aspetta !!!

LA CHIESETTA SUL LAGO

 

 

 

Dal titolo, sembrerebbe quasi un romanzo rosa, uno di quei racconti dove si parla di amore e, in effetti, oggi è proprio di amore che vorrei parlarvi. In particolare di un lago, di una chiesetta, dell’Amore e della pace che lì si respirano.

Per arrivarci, si scende dalle colline di Nazareth verso il lago di Tiberiade o mare di Genezareth o mar di Galilea, dove si attraversa un tratto di montagna. A circa metà strada tra le rocce, un cartello indica “meno duecento metri sotto il livello del mare”. È strano, direte voi, come possiamo essere in montagna e allo stesso tempo sotto il livello del mare? È incredibile, ma siamo sul lago di Tiberiade.

Questo lago di acqua salata, (da qui l’appellativo di Mare) occupa una depressione creatasi sulla crosta terreste. Davanti a noi, dalla parte opposta le alture del Golan ed oltre ancora la Siria. Costeggiamo con il pullman lo specchio d’acqua fino a raggiungere un parcheggio non molto grande, e da lì ci inoltriamo in un lussureggiante giardino coltivato con piante ad alto fusto ma, ahimè, la mia scarsa conoscenza in botanica, mi porta a riconoscere solo alcune delle innumerevoli specie che vi sono piantate: l’eucalipto, una magnolia, dei pini.

Sulla destra, dei gazebo al cui interno sono state collocati degli altari realizzati con delle vecchie macine di mulino. Ma ecco in fondo alla discesa il lago e prima ancora sulla sinistra una piccola chiesetta.

La costruzione è in pietra viva.

Si entra e un altare è posto sopra una roccia che spicca dal pavimento. Su questa roccia un cartello con una scritta in latino “Mensa Christi”. In questa chiesetta, detta anche del Primato di Pietro, si ricorda il brano narrato nel Vangelo di Giovanni, in cui Gesù come un fantasma dopo la resurrezione, camminando sulle acque apparve ai discepoli e dove dopo aver mangiato con loro del pesce, cotto sopra una roccia, chiese a Pietro a più riprese: “Pietro mi ami tu?”. E Pietro ha la risposta pronta, quasi stizzita: “Signore tu lo sai che ti amo…”

Non c’è nessun avallo scientifico che il luogo fosse veramente questo, ma certamente lo spirito che aleggia porta a credere e a ripensare alla nostra fede nell’amore di Cristo. Gesù ci parla, ci consola, condivide con noi le gioie e le nostre paure, mangia con noi, rimane in mezzo a noi e anche a noi, anche a me chiede “ma tu mi ami come io amo te?” E a quel punto ti rimane solo una cosa da fare: rispondere in piena e convinta sincerità e chiedere perdono per tutte quelle volte che lo abbiamo tradito, offeso, rinnegato.

Le lacrime iniziano a rigarmi il volto e sento il Suo perdono.

Se qualcuno mi chiedesse quale luogo della Terra Santa mi ha colpito maggiormente, non avrei alcun dubbio: la Chiesa del Primato.

 

 

CANA L’AMORE…..DIVINO

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Oggi vorrei parlarvi di un piccolo borgo situato a soli sette chilometri da Nazareth: Cana di Galilea.

Lasciato il pullman sulla via principale, una stretta stradina lastricata, leggermente in salita con pietre ormai rese lisce dal passaggio dei numerosi pellegrini che nei secoli le hanno calpestate, si arriva al Santuario dove si ricorda il Miracolo delle Nozze di Cana. Due file di case basse costeggiano la strada, interrotte ogni tanto da qualche negozio di souvenir. Alcuni uomini sono seduti fuori dai locali a conversare tra loro; sono mussulmani, li riconosco dalle lunghe tuniche  e dal tipico copricapo. Non sono più tanto giovani, la barba bianca e le profonde rughe del viso segnano il tempo trascorso.

Poco più avanti un altro uomo ( ma le donne dove sono ? ) sgrana tra le dita il Tasbeek, una specie di rosario mussulmano, di color ambra.

Ma ecco il Santuario del Miracolo delle Nozze di Cana. È una chiesa molto semplice: la facciata è caratterizzata da due campanili non molto alti, uno a destra e uno a sinistra, che sembrano vigilare sui pellegrini che si avvicinano, in alto campeggia la croce di Gerusalemme e lo stemma dei francescani, e in basso un breve porticato ci introduce all’ingresso.

Entriamo e subito il raccoglimento, il silenzio, la semplicità e la grandezza del luogo abbracciano il pellegrino. In fondo, sull’altare maggiore ci sono sei anfore in cotto, tre a destra e tre a sinistra del Tabernacolo. Da una porta, alcuni gradini portano in una cripta dove gli archeologi hanno  trovato delle giare in pietra. Queste “giare” , ricavate da blocchi di pietra potevano contenere fino a 500 litri di acqua e servivano per le abluzioni dei giudei. Tutto in quel luogo riporta alla descrizione del miracolo che Gesù compì quel giorno e che viene narrato nei Vangeli.

A Cana normalmente le coppie rinnovano le promesse matrimoniali ed è qui che ho capito il significato delle parole che pronunciai il giorno del mio matrimonio: come Gesù, Maria e i discepoli sono stati invitati alle nozze a Cana, anche nel nostro matrimonio cristiano, Essi sono stati invitati e li abbiamo resi partecipi della festa e della nostra gioia. E se, durante la vita matrimoniale, dovesse mancare il “vino”, beh state pur certi che Maria, sempre attenta alle necessità dei suoi figli, lo farà presente a Gesù il quale provvederà al problema come fece quel giorno a Cana.

In questo luogo tutto parla di alleanza, fedeltà, in una parola….. di  amore

È tempo di riprendere il cammino, ma prima sostiamo nel negozio di fronte alla chiesa per assaggiare il vino resinato, tipico del luogo.

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Chi si ferma è perduto….o è preso a sassate!

Erano le 4 a Medjugorje, e quella si preannunciava essere una bella mattinata d’agosto.
Era fresco, forse uno degli unici momenti freschi della giornata, e con una buona parte del gruppo decidemmo di salire il Krizevac, il monte che sovrasta la cittadina.
medj2Con allegria e spensieratezza iniziammo il percorso quando, bloccato alla prima stazione della Via Crucis, vedemmo un gruppo che all’apparenza sembrava come il nostro.
Si erano forse persi? Stavano aspettando qualcuno? Si era creata una coda per la troppa gente?
No, tre dei loro componenti erano in preda ad una possessione demoniaca.
Urla, grida, bestemmie…
Vi dirò, lo spettacolo non fu affatto piacevole, e appena potemmo cogliere l’occasione, “sorpassammo lestamente” quel gruppo.
Ad essere sincero, e qui posso dirlo, scappammo a gambe levate.
Da giovane ero solito scalare, ma mai nella mia vita ricordo di essere riuscito a salire un monte così velocemente come quella volta.

Non potevo sapere che il peggio doveva ancora venire.

La sera dopo cena decidemmo di andare a fare un Rosario alla croce blu, e ancora oggi mi chiedo come fosse possibile aver scelto la peggior alternativa tra tutte.
Perché alla fine, decidere di passare dalla strada più volte battuta e ormai conosciuta non ha alcun senso, quando puoi perderti tra i campi di Medjugorje, no?
Con animo gioioso e armati di torcia, passammo quindi per i campi, ridendo e scherzando accompagnati da una piacevole brezza estiva.
Ecco però un grido provenire dalla parte finale del gruppo: “Pierluigi, mi hanno colpito con un sasso!” urlarono.
Lì per lì non ci diedi troppo peso, in fin dei conti poteva essere stato uno di noi ad averlo involontariamente sollevato con un piede.
Li esortai a continuare a camminare perché “lì in fondo c’era sicuramente la croce blu”.
Ad un certo punto mi fermai, avevo tre strade davanti…dove andare? Ci eravamo persi?
Iniziammo a discutere tra di noi, quando una pioggia di sassi inizio a colpirci: chi alle gambe, chi alla schiena e chi sulle braccia.
Immaginate la scena. Una decina di persone nel buio più completo, nei campi più sperduti, che venivano colpiti ripetutamente da sassi provenienti da chissà dove.

“E’ il diavolo!”, urlò qualcuno.

Ci guardammo per una frazione di secondo, per poi iniziare a correre come se non ci fosse un domani, spaventati ed agitati.

Due volte nella stessa giornata, era un record.

Quella sera finimmo tutti al un bar, era l’unica possibilità per riprenderci da un’esperienza così traumatica. Solo a mattina venimmo a sapere che erano stati dei ragazzi, nascosti tra i vigneti, a lanciarci quei piccoli sassi.

E voi, come vi saresti comportati?