Il Sepolcro…..vuoto !

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la Via Dolorosa

Lasciata la valle di Giosafat, una strada in leggera salita conduce alla “Porta dei Leoni” o delle “Pecore” così chiamata perché vi sono intagliate 4 pantere scambiate per leoni o per pecore. Questa è una delle 7 porte accessibili per entrare nella città vecchia di Gerusalemme ed è il luogo dove tradizionalmente inizia la “ via Dolorosa” , la strada che fece Gesù caricato della croce per arrivare al Calvario. Siamo nel quartiere musulmano della città vecchia.

A pochi passi dall’ingresso, troviamo la chiesa di S. Anna costruita in stile romanico. Ha un’acustica perfetta e diversi gruppetti di pellegrini si cimentano a cantare “a cappella”. La tradizione vuole che questo luogo fosse la casa di Gioacchino e Anna i genitori della Vergine Maria e dove Ella sarebbe nata. Nei vangeli canonici non si parla della nascita della Madonna, ma ne parla il protovangelo di Giacomo risalente al secondo secolo. Infatti, secondo la prima tradizione cristiana, la casa dei genitori di Maria è collocata vicino ad una piscina doppia, considerata centro di cura (appunto la piscina di Betesda- una specie di luogo termale) riportata in seguito nel vangelo di Giovanni.  Gli scavi archeologici iniziati nel 1871 portarono alla luce quella che era la biblica “piscina Bethesda”.

Poco oltre la chiesa di S. Anna, si trova sempre sulla destra percorrendo la via dolorosa, la chiesa della Condanna o Flagellazione e la chiesa dell’Ecce Homo. La chiesa della Flagellazione è sormontata da 5 cupole che rappresentano le 5 piaghe di Cristo. Nell’abside interno alcune statue di cartapesta raccontano la Passione di Gesù.

Il percorso della via dolorosa si svolge attraverso il mercato dove, tanta gente si accalca tra i vari negozi del souk arabo. I pellegrini che trasportando una croce fanno la pia pratica della via crucis, si mescolano con turisti, militari israeliani ed abitanti del luogo. Delle enormi cataste di pane appena sfornato, vengono trasportati da ragazzini con minuscoli e stretti carretti adatti ad entrare in quelle viuzze da ampi gradoni che salgono verso il Golgota, attraverso questo bazar dove viene venduto di tutto: souvenir, tessuti colorati, sciarpe, vestiti, spezie profumate, incenso profumato che inonda i vicoli circostanti.

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il mercato

Il percorso che Gesù caricato della croce fece verso il Golgota l’ho sempre raffigurato come una strada in salita. In realtà mi accorgo che il percorso è reso quasi pianeggiante dalla costruzione di ampi gradoni di pietra resi lisci dall’usura del calpestio di milioni di persone che hanno percorso quel tratto di strada, la stessa che Gesù percorse oltre duemila anni fa e che mi immagino non fosse molto diversa da oggi.

Al termine di questo, si arriva in una specie di spiazzo nel quale fanno capolino le cupole della Basilica del S. Sepolcro. Si entra da una piccola porticina dove sullo stipite in alto è posto un cuscino per evitare di battere la testa. Da qui si entra in una minuscola chiesetta cristiana ortodossa e con una scala si scende nella sottostante piazza: la piazza della Basilica del Santo Sepolcro. Un grande portone ci introduce forse nel luogo più sacro per tutta la cristianità.

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pietra della deposizione

Appena passato vedo tanti pellegrini inginocchiati davanti ad una pietra di granito rosso, è la pietra dove secondo la tradizione è stato posto Gesù quando venne deposto dalla croce. A destra, una ripida scala a chiocciola porta sulla sommità della roccia del Golgota. Vi è stato posto un altare e sotto ad esso è possibile mettere la mano nel foro lasciato dalla croce. A sinistra della pietra della deposizione, c’è il S. Sepolcro: un’edicola molto grande formata da due ambienti, il primo detto cappella dell’Angelo è l’anticamera alla seconda cappella che è il luogo vero e proprio del Sepolcro. La fila per entrare è generalmente abbastanza lunga ed è regolata a seconda degli orari dalle diverse confessioni cristiane. Si entra da una porta stretta, piccola, chinandosi per non battere la testa in un gesto di umiltà

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il Golgota, luogo della crocefissione

E’ arrivato il mio turno per entrare e l’emozione è forte, non mi sembra vero di trovarmi lì nel luogo origine della mia fede..

E’ strano, ma provo un senso di felicità e di pace interiore. Riesco a pensare solo alla vita e non alla morte. In questo luogo le parole del Vangelo di Luca prendono forma: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”. In piedi sto contemplando la pietra del sepolcro vuoto e davanti ad esso si completa la mia fede ma lasciandomi molti interrogativi. Vorrei rimanere ancora lì, ma un prete ortodosso mi fa cenno che è ora di uscire per lasciare posto ad altri pellegrini. Esco da quella piccola porticina, con le lacrime che mi rigano il volto.

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ingresso al S. Sepolcro

Abbà, Padre

 

E’ mattina quando, lasciato il nostro hotel nella zona moderna di Gerusalemme, ci avviamo verso il Monte degli Ulivi. La strada, delimitata da alberi è un susseguirsi di moderne abitazioni, alcune hanno il proprio giardino, altre sono grandi condomini. Mi salta all’occhio una cosa comune a tutte quante: i primi due piani hanno le finestre blindate da grate di acciaio per paura di lanci di sassi da parte di qualche facinoroso.

Ecco che superata la valle della Geenna, un tempo luogo dove il fuoco sempre acceso divorava i rifiuti che venivano prodotti nella cittadella, arriviamo alle mura di Gerusalemme e nel costeggiarle, noto la Porta di Sion, quindi la Porta di Jaffa a seguire la Porta Nuova, la Porta di Damasco, sempre molto vivace con il vicino quartiere musulmano con il suo mercato. Infine, alla confluenza con la valle di Cedron, si sale verso il Monte degli Ulivi. In realtà non è un vero e proprio monte come lo intendiamo noi ma una collina.

Gesù passò molto tempo sul Monte degli Ulivi e sicuramente ci passava per recarsi dall’amico Lazzaro a Betania appena oltre il colle; ed è proprio qui, alla base del Monte che avvenne il tradimento da parte di Giuda nel giardino del Getsemani.

È qui sul Monte che ci insegnò a pregare, ed è qui che pianse per Gerusalemme.

Ci fermiamo nel luogo dove secondo la tradizione avvenne l’Ascensione. La visita devo dire che lascia un po’ di amaro in bocca: l’Edicola è oggi una moschea non più adibita al culto. L’interno, è imbrattato dal guano dei piccioni che vi hanno nidificato. E’ circondata da un muro esterno ottagonale con alcuni altari sui quali il giorno della festa propria, i cristiani celebrano le S.Messe.

Proseguiamo, ed ecco che da un muro spunta una bandiera francese. Siamo arrivati alla Basilica del Pater Noster. Tutta la zona della basilica è circondata da un alto muro perimetrale. All’interno c’è un grande giardino ben curato. La storia narra che nel 1856 la principessa francese Aurelia Bossi, principessa de la Tour d’Auvergne, acquistò il terreno e le annesse rovine del vecchio santuario. La principessa, vi costruì anche un monastero per le carmelitane e dagli scavi compiuti, si trovarono dei graffiti in una grotta. Qui in questa grotta, la tradizione vuole che Gesù istituì la preghiera per eccellenza: il Padre Nostro

Lungo tutto il muro interno e nelle pareti del chiostro, 62 pannelli formati da piastrelle di ceramica, riproducono in tutte le lingue del mondo ed anche in alcuni dialetti italiani, la preghiera che Gesù ci ha insegnato: il Padre Nostro.

Che preghiera ci ha lasciato! quanta profondità! quanta bellezza! quanto Amore !

Con Gesù abbiamo imparato a chiamarlo Padre, come nessun altro lo ha mai fatto, anzi “abbà” che è forse la maniera più tenera di un bambino di chiamare il proprio genitore,  abbiamo imparato a chiedere il pane quotidiano nell’Eucarestia, abbiamo imparato a lasciarci andare tra le sue braccia nel “sia fatta la tua volontà”, come del resto Gesù stesso nel Getzemani ha chiesto al Padre che sia la Sua volontà ad essere fatta e non la sua, abbiamo imparato a chiedere il perdono per i nostri peccati ed infine gli abbiamo chiesto di proteggerci  alle tentazioni del mondo edi non abbandonarci nell’ora della prova.  Amen !!!!!

Betlemme, una grotta di luce

 

 

 

 

“Siam Giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei……” così inizia la poesia “ la Notte Santa” scritta da Giudo Gozzano nel  1914 che imparai alle scuole elementari.

In effetti sono a Betlemme. La piccola Betlemme sorge a circa 10 km a sud di Gerusalemme su due colline a circa 750 metri di altezza. Il suo nome in ebraico Beit Lehem significa letteralmente “casa del pane”, mentre in arabo Bayt Lahm significa “casa della carne”. Era la città del Re Davide.  Per arrivarci, essendo una città sotto il controllo dell’autorità palestinese, occorre passare il muro che la separa da Gerusalemme. Un controllo sommario dei passaporti effettuato dai militari israeliani e si entra in territorio palestinese, nella Cisgiordania.

Il paesaggio decisamente cambia e si passa da quello che definiremmo “occidentale” con strade ordinate e abitazioni di tipo residenziale ad un paesaggio dove le abitazioni sembrano sgomitare tra loro per farsi spazio in un piccolo territorio messo a loro disposizione: 30 km quadrati con circa 30 mila abitanti. Anche dove transitiamo con il pullman le strade non si possono definire tali; a volte mi sono sempre domandato se gli autisti dei nostri pullman sarebbero capaci di condurre un mezzo di dodici metri su strade dove a mala pena riescono a passare due automobili !

Finalmente dopo alcune “acrobazie” da formula uno del nostro autista, si arriva al parcheggio riservato ai pullman: è una costruzione fatta con grezze pareti e grossolane colonne di cemento armato che a prima vista non mi sembra neppure terminata. E’ costruito sulla costa della collina a strapiombo sulla vallata. Scendiamo dal nostro mezzo e subito una nube di gas di scarico ci prende alla gola. Usciamo e ci troviamo “assediati” dai soliti venditori di rosari ed altri oggetti di culto.

Dopo pochi metri, eccoci nella piazza dove sorge la Basilica della Natività. E’ abbastanza grande ed è caratterizzata dall’imponente costruzione del minareto della Moschea di Omar.  Di lato ad essa, una strada con diversi bazar tipici del medio oriente le cui vetrine sono tappezzate da colorati tessuti.  Da altri negozi di spezie accatastate in sacchi di iuta escono fragranti profumi che impregnano l’aria. Vedo anche degli orafi con le loro vetrine strapiene di oggetti esposti disordinatamente sotto la luce di lampade al neon.

Nella strada e nella piazza vicina è tutto un brulicare di turisti, pellegrini e abitanti di Betlemme. Sono in maggioranza mussulmani e li riconosco perché indossano le tipiche tuniche e  le donne  sono velate.

I bambini giocano sulla piazza e si mescolano ai numerosi venditori, anche giovanissimi, di paccottiglia. Il selciato della piazza è fatto di pietre di un colore biancastro tendente all’ocra ormai rese lisce dal tempo, dall’usura e dal sole.

Ma la basilica della natività dov’è?

In effetti non è molto visibile perché un alto muro la racchiude come una fortezza.Vi si accede chinandosi da una porta molto bassa e il muro di passaggio è spesso quasi 1 metro. Questo chinarsi è un atto penitenziale, per entrare nel luogo della nascita di Gesù.

Appena entrati, ci si trova nella chiesa ortodossa. Dal soffitto scendono numerose lampade e siccome un tempo venivano alimentate ad olio, l’interno della basilica è scuro e tetro. Anche gli affreschi sono scuriti dal tempo. Ma mi avvio verso destra dove una fila interminabile porta alla grotta della natività.

Dopo circa mezz’ora di coda mi trovo a scendere dodici scalini di marmo, parecchio stretti e poco illuminati. Appena entrati subito a destra un piccolo altare ricoperto di drappi, mentre sotto ad esso, per terra la stella in argento: è il punto della nascita, una serie di lampade pendono sopra la stella, mentre di fronte ad essa si trova la mangiatoia. Mi chino per baciare la stella e mi apparto per meditare. C’è un prete ortodosso che mi fa cenno di uscire, ma dato che in quella posizione non blocco la coda dei pellegrini, italianamente faccio finta di nulla e rimango qualche minuto in preghiera.

Oltre duemila anni fa, Egli è nato per noi, è nato per me. E’ nato per portare luce in quella grotta della nostra anima, in quella grotta dove spesso cerchiamo di nascondere le nostre povertà. E Lui povero tra i più poveri, piccolo tra i più piccoli, nella più piccola tra le città della Giudea, in un’esplosione di luce è nato ed ha rischiarato il mondo portando in ciascuno di noi la speranza, l’amore…….la vita.

Sono sceso in questa grotta un po’ buia dove l’Amore si è fatto carne in un bambino e per uscire risalgo da altri gradini alla vita nella luce del Salvatore.

Ormai è tardi e usciamo da Betlemme, con una breve sosta alla “Grotta del Latte”, una grotta tutta bianca dove la leggenda racconta che la Madre di Dio con Giuseppe e il Bambino si soffermò ad allattare Gesù. Una goccia di latte cadde dal suo seno e da quel giorno tutta la caverna ha assunto il colore bianco.

A un paio di chilometri dalla Grotta della Natività una fermata d’obbligo anche al  “Campo dei Pastori”: un  giardino con tante piante e pini dove ci sono alcune grotte che furono usate dai pastori. C’è anche qui una cappella costruita dall’architetto Barluzzi. All’interno, degli affreschi raccontano la natività e l’annuncio ai pastori, mentre dal tetto costruito con tanti fori chiusi da piccole tessere di vetro, lasciano trasparire la luce come fosse un cielo stellato.  Non può non tornarmi in mente la poesia di Gozzano:

“È nato!

È nato il Sovrano Bambino.

La notte, che già fu sì buia,

risplende d’un astro divino.

Orsù, cornamuse, più gaie

suonate; squillate, campane!

Venite, pastori e massaie,

o genti vicine e lontane!”

Cafarnao, le pietre raccontano.

 

 

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Ed eccoci a Cafarnao, la città di Gesù situata sulla sponda israeliana del lago di Tiberiade.

La cittadina, ai tempi di Gesù non aveva neppure un nome, infatti era considerata un semplice villaggio di frontiera il cui nome ebraico Kefar-Nahum significava “villaggio della consolazione”.  Qualcuno lo ha anche identificato come villaggio di grande confusione e non poteva essere altrimenti, visto che si trovava in punto strategico della Via Maris, via di grande comunicazione tra l’Egitto, l’Anatolia e la Mesopotamia.

In questo luogo di frontiera, Gesù scelse i dodici apostoli, insegnò alla sinagoga, compì miracoli e convertì pagani.

Ad accoglierci il convento dei francescani, una tozza costruzione di pietre a fasce bianche e nere posta sulla destra dell’ingresso degli scavi archeologici.

Superati i tornelli, ci troviamo immersi negli scavi archeologici di questa città; gli scavi, molto ben conservati, sono all’interno di un parco con alberi di alto fusto come cipressi, frondosi ficus le cui radici affiorano sul terreno, pini, palme e agave.

Ma ecco, tra le rovine, la casa di Pietro.

Era una tipica abitazione, quasi quadrata con un’unica porta di ingresso il cui stipite conserva ancora le tracce dei battenti che venivano chiusi dall’interno. Era costituita da diversi ambienti e come spesso avveniva, poteva ospitare diverse famiglie; quindi oltre alla famiglia di Pietro e di sua suocera, anche quella di suo fratello Andrea.

Tutte abitazioni della città avevano in comune il cortile il cui pavimento era composto da terra battuta.  Spesso il luogo era ombreggiato da tettoie ricoperte di paglia, e c’era il forno per la cottura del pane. Alla vista del pavimento, non può non tornarmi in mente la parabola in cui Gesù parla della Dramma (moneta) smarrita da una donna, la quale per ritrovarla prende la lucerna e spazza il pavimento attentamente fino a quando non la ritrova. Tutta la giornata o quasi tutta veniva trascorsa in questi cortili.

In mezzo agli scavi, si erge sostenuta da otto possenti e basse colonne di cemento armato, una chiesa moderna, che per come è stata costruita, ricorda una nave spaziale. Una breve rampa di scale porta all’interno della chiesa, ma appena entrati spicca nel mezzo davanti all’altare una recinzione posta tutt’attorno al pavimento di vetro un “oculos”, dal quale è possibile vedere i resti dall’alto.

Sto guardando la casa da quello che era il tetto e subito mi viene in mente il brano evangelico in cui si parla di come il paralitico nel suo “lettuccio” venne calato dal tetto per poterlo portare davanti a Gesù e di come Lui compì il miracolo della sua guarigione.

Anch’io spiritualmente mi sto calando nella casa di Pietro ed anch’io come il paralitico sto chiedendo la grazia della conversione.

A pochi metri dalla casa di Pietro, si erge la Sinagoga o meglio quello che resta della vecchia costruzione.

Vi assicuro che l’emozione nel calpestare il pavimento di quel luogo dove Gesù ha parlato è molto forte.

Dalle poche mura rimaste in piedi riecheggia la voce di Gesù che racconta la parabola del figliol prodigo che torna dal Padre dopo aver sperperato i suoi averi. Ecco anch’io oggi in questo luogo mi sento un po’ come quel figlio che tornando chiede perdono per essermi allontanato dalla sua grazia.

La brezza del vicino lago mitiga il caldo, mentre per la gioia che provo mi prende un nodo alla gola.

Gesù è presente, sento la Sua vicinanza, la sua grazia ed il suo amore paterno mi avvolgono in un abbraccio filiale.

Beati……Beati……Beati…….

 

 

Con un pizzico di nostalgia lasciamo la piccola chiesetta sul lago e percorriamo un breve tratto di strada asfaltata.

Attraversiamo campi di erba bruciata dal sole, intervallati da piante di ulivi, eucalipti, coltivazioni di banane e basse palme da dattero per poi salire sulla collina dove si ricorda il discorso della montagna.

Ogni tanto, lungo il ciglio della strada, alcuni cespugli di oleandro danno colore alla monotonia del paesaggio: siamo al monastero delle Beatitudini.

Ci fermiamo al largo cancello di ingresso, dove un guardiano consegna all’autista del pullman la ricevuta del pagamento per il parcheggio e da qui, dopo aver ottenuto l’autorizzazione, entriamo nella zona del monastero.

Colpisce immediatamente lo splendido giardino e le innumerevoli specie di piante, alcune sempre-verdi come degli enormi Ficus Benjamin (le cui radici affiorano dal terreno) ed altre, con fiori sgargianti i cui colori si contrappongono al marrone della terra.

Appena scesi dal pullman ci aspetta il classico ristoro, molto ben rifornito.

Ne approfitterei subito per godermi una spremuta di melograno, ma avendo già prenotato la Messa e dovendo fare la Comunione, per il momento soprassiedo.

La vista dalla collina è unica: il blu del lago sottostante si fonde con il colore azzurro del cielo, mentre in fondo, dalla parte opposta, i monti della Siria e le alture del Golan gli fanno da corona.

A destra si intravede in lontananza Tiberiade, mentre a sinistra si scorgono gli scavi archeologici di Cafarnao.

Sul lago alcune barche trasportano i pellegrini che sperimentano l’attraversata del lago come fecero gli Apostoli.

Una leggera brezza proveniente dal mare accarezza i nostri volti.

Nel giardino, sotto i Ficus, ci sono degli altari e in alcuni sono già in corso delle celebrazioni.

Si avvicina una suora e mi consegna una chiave che apre un lucchetto; al mio gruppo è stata assegnata una cappella ricavata in una parte del giardino che forma un teatro naturale nella zona sottostante la basilica.

L’altare è rivolto verso il lago e i fedeli durante la celebrazione si trovano dinanzi sia l’altare che il lago stesso.

Alla consacrazione, quando il sacerdote eleva l’ostia e il calice, l’effetto ottico è unico perché essi si stagliano sopra il lago come a ricordarci che il creato è opera Sua.

La chiesa è a pianta ottagonale e venne eretta nel 1937 dall’architetto Barluzzi, costruita con una materiale grigio chiaro e circondata da un porticato di colonne bianche; sopra a tutto una cupola, terminante con una lanterna.

All’interno della chiesa e su ciascuna delle otto mura, sono scritte in latino le otto beatitudini, mentre sul pavimento sono raffigurate le tre virtù teologali (fede, speranza e carità) e le quattro virtù cardinali (fortezza, giustizia, prudenza, temperanza).

In questo contesto, in questa cartolina, prende forma e si interiorizza il discorso della Montagna.  Lo spirito è aiutato a comprendere la nostra insignificanza di fronte al creato stesso.

Alcuni padri della chiesa considerano il discorso della montagna come la “magna charta” del cristiano.

Per me è sempre stato difficile comprendere la ragione per la quale io debba essere beato se qualcuno mi insulta o per essere l’ultimo e non il primo. Ho sempre compreso di più l’essere misericordiosi, piuttosto che trovare la beatitudine nelle afflizioni della vita.

In questo luogo, vivendo di persona il “quinto Vangelo”, ho capito che forse fino ad oggi ho cercato le beatitudini nelle cose effimere della vita, e che il cristianesimo significa abbracciare anche queste croci, piccole o grandi, che ci sono state affidate col discorso della montagna.

Ma è ora di ripartire Cafarnao ci aspetta !!!

LA CHIESETTA SUL LAGO

 

 

 

Dal titolo, sembrerebbe quasi un romanzo rosa, uno di quei racconti dove si parla di amore e, in effetti, oggi è proprio di amore che vorrei parlarvi. In particolare di un lago, di una chiesetta, dell’Amore e della pace che lì si respirano.

Per arrivarci, si scende dalle colline di Nazareth verso il lago di Tiberiade o mare di Genezareth o mar di Galilea, dove si attraversa un tratto di montagna. A circa metà strada tra le rocce, un cartello indica “meno duecento metri sotto il livello del mare”. È strano, direte voi, come possiamo essere in montagna e allo stesso tempo sotto il livello del mare? È incredibile, ma siamo sul lago di Tiberiade.

Questo lago di acqua salata, (da qui l’appellativo di Mare) occupa una depressione creatasi sulla crosta terreste. Davanti a noi, dalla parte opposta le alture del Golan ed oltre ancora la Siria. Costeggiamo con il pullman lo specchio d’acqua fino a raggiungere un parcheggio non molto grande, e da lì ci inoltriamo in un lussureggiante giardino coltivato con piante ad alto fusto ma, ahimè, la mia scarsa conoscenza in botanica, mi porta a riconoscere solo alcune delle innumerevoli specie che vi sono piantate: l’eucalipto, una magnolia, dei pini.

Sulla destra, dei gazebo al cui interno sono state collocati degli altari realizzati con delle vecchie macine di mulino. Ma ecco in fondo alla discesa il lago e prima ancora sulla sinistra una piccola chiesetta.

La costruzione è in pietra viva.

Si entra e un altare è posto sopra una roccia che spicca dal pavimento. Su questa roccia un cartello con una scritta in latino “Mensa Christi”. In questa chiesetta, detta anche del Primato di Pietro, si ricorda il brano narrato nel Vangelo di Giovanni, in cui Gesù come un fantasma dopo la resurrezione, camminando sulle acque apparve ai discepoli e dove dopo aver mangiato con loro del pesce, cotto sopra una roccia, chiese a Pietro a più riprese: “Pietro mi ami tu?”. E Pietro ha la risposta pronta, quasi stizzita: “Signore tu lo sai che ti amo…”

Non c’è nessun avallo scientifico che il luogo fosse veramente questo, ma certamente lo spirito che aleggia porta a credere e a ripensare alla nostra fede nell’amore di Cristo. Gesù ci parla, ci consola, condivide con noi le gioie e le nostre paure, mangia con noi, rimane in mezzo a noi e anche a noi, anche a me chiede “ma tu mi ami come io amo te?” E a quel punto ti rimane solo una cosa da fare: rispondere in piena e convinta sincerità e chiedere perdono per tutte quelle volte che lo abbiamo tradito, offeso, rinnegato.

Le lacrime iniziano a rigarmi il volto e sento il Suo perdono.

Se qualcuno mi chiedesse quale luogo della Terra Santa mi ha colpito maggiormente, non avrei alcun dubbio: la Chiesa del Primato.

 

 

CANA L’AMORE…..DIVINO

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Oggi vorrei parlarvi di un piccolo borgo situato a soli sette chilometri da Nazareth: Cana di Galilea.

Lasciato il pullman sulla via principale, una stretta stradina lastricata, leggermente in salita con pietre ormai rese lisce dal passaggio dei numerosi pellegrini che nei secoli le hanno calpestate, si arriva al Santuario dove si ricorda il Miracolo delle Nozze di Cana. Due file di case basse costeggiano la strada, interrotte ogni tanto da qualche negozio di souvenir. Alcuni uomini sono seduti fuori dai locali a conversare tra loro; sono mussulmani, li riconosco dalle lunghe tuniche  e dal tipico copricapo. Non sono più tanto giovani, la barba bianca e le profonde rughe del viso segnano il tempo trascorso.

Poco più avanti un altro uomo ( ma le donne dove sono ? ) sgrana tra le dita il Tasbeek, una specie di rosario mussulmano, di color ambra.

Ma ecco il Santuario del Miracolo delle Nozze di Cana. È una chiesa molto semplice: la facciata è caratterizzata da due campanili non molto alti, uno a destra e uno a sinistra, che sembrano vigilare sui pellegrini che si avvicinano, in alto campeggia la croce di Gerusalemme e lo stemma dei francescani, e in basso un breve porticato ci introduce all’ingresso.

Entriamo e subito il raccoglimento, il silenzio, la semplicità e la grandezza del luogo abbracciano il pellegrino. In fondo, sull’altare maggiore ci sono sei anfore in cotto, tre a destra e tre a sinistra del Tabernacolo. Da una porta, alcuni gradini portano in una cripta dove gli archeologi hanno  trovato delle giare in pietra. Queste “giare” , ricavate da blocchi di pietra potevano contenere fino a 500 litri di acqua e servivano per le abluzioni dei giudei. Tutto in quel luogo riporta alla descrizione del miracolo che Gesù compì quel giorno e che viene narrato nei Vangeli.

A Cana normalmente le coppie rinnovano le promesse matrimoniali ed è qui che ho capito il significato delle parole che pronunciai il giorno del mio matrimonio: come Gesù, Maria e i discepoli sono stati invitati alle nozze a Cana, anche nel nostro matrimonio cristiano, Essi sono stati invitati e li abbiamo resi partecipi della festa e della nostra gioia. E se, durante la vita matrimoniale, dovesse mancare il “vino”, beh state pur certi che Maria, sempre attenta alle necessità dei suoi figli, lo farà presente a Gesù il quale provvederà al problema come fece quel giorno a Cana.

In questo luogo tutto parla di alleanza, fedeltà, in una parola….. di  amore

È tempo di riprendere il cammino, ma prima sostiamo nel negozio di fronte alla chiesa per assaggiare il vino resinato, tipico del luogo.

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NAZARETH (2a puntata)

 

annunciazione E’ notte quando arrivo in hotel, un buon 4 stelle situato nella prima periferia della cittadina chiamata Nazareth Illit; è in posizione panoramica rispetto alla città vecchia, e la finestra della mia camera ha una vista stupenda sul centro abitato. Centinaia di luci illuminano la città quasi fosse un Presepe, ma tra tutte se ne scorge una molto più luminosa, un faro che fende il buio della notte nella Galilea. Non so bene cosa sia, ma immagino che dovrebbe essere la meta principale della visita di Nazareth: la Basilica dell’Annunciazione.

La mattina dopo, il pullman dall’hotel ci porta verso via Ha Galil, dove è situata la Fontana della Vergine.

Mentre le colline di Nazareth ci accompagnano lungo il breve  tragitto, scorgiamo tutte quelle abitazioni ormai in disuso costruite dentro le grotte e prive di pozzi d’acqua.
Un tempo l’unico luogo possibile dove reperire acqua potabile era infatti una sorgente in fondo al paese dove, secondo la tradizione, Maria ebbe la prima apparizione dell’Angelo. Oggi questa sorgente è conservata in una piccola chiesa ortodossa. Diversi sono i pellegrini che entrano e bevono quell’acqua che sembra possedere capacità miracolose.

E’ il primo contatto “fisico”, intendo di persona con i luoghi, le strade, le pietre, dove i piedi di Maria, di Gesù e degli Apostoli, hanno calpestato, la fonte dell’acqua da cui hanno attinto, per bere, per lavarsi.Il  Vangelo comincia ad assumere una forma tridimensionale, non più parole, non solo parole, ma adesso davanti ai miei occhi anche oggetti, paesaggi, costruzioni, una fisicità, una realtà che prima non percepivo. Certo ci sono anche i films, le ricostruzioni, ben fatte, ma spesso nei titoli di coda leggiamo che le scene sono state girate in Marocco o in Tunisia.  I films ci emozionano, ma percepiamo in essi una sfumatura di “falso”, di bello-si-ma-non-originale, che lascia un dubbio, un’insoddisfazione. Qui  tutto è autentico, certo con la modernità che si è accumulata intorno e che “assedia” i luoghi sacri e antichi, per cui sarebbe impossibile girare i films in questi luoghi, ma essere qui, di persona rende,  restituisce appieno quella sensazione, quell’ emozione, quel “vedere” il Vangelo che non abbandonerà più il pellegrino, una volta tornato a casa, alla routine, alla cultura di appartenenza, perché  in questa terra si respira anche la cultura dei popoli che  abitavano allora, e che ancora le abitano.

Ci incamminiamo verso la via Paulus Ha – Shishi e ci fermiamo in una piazzetta dove un venditore ci regala per un euro una meravigliosa spremuta di melograno, dissetandoci così dal caldo di quella mattina.

La Basilica dell’Annunciazione è poco più avanti, e la sua mole imponente sovrasta la piccola moschea bianca che si affaccia sulla piazzetta. I mussulmani, non potendo costruire una moschea più alta della Basilica, hanno affisso uno striscione in bella vista che recita: “Chiunque cerchi una religione diversa dall’Islam, non sarà mai accettato da Lui e nell’altra vita sarà perduto per sempre”.

Ci lasciamo alle spalle la moschea, e iniziammo a salire la stretta stradina che ci avrebbe portato alla Basilica. Attorno a noi bancarelle e negozi riempiono la strada spandendo nell’aria un profumo di spezie e di carne abbrustolita che ci accompagna lungo tutto il percorso. Finalmente entriamo nel recinto della Basilica e da vicino si nota meglio la costruzione detta “a capanna”,  con un motivo traforato di coronamento e al centro una statua in bronzo di Gesù. Sulla facciata, tra le fasce di pietra bianca e rosa in cui è suddivisa, spiccano queste parole: “Angelus Domini Nuntiavit Maria” e più in basso “Verbum Caro Factum est et habitavit in nobis”. E’ una chiesa moderna in cemento armato, ricostruita sulle antiche rovine di una chiesa crociata, caratterizzata dalla cupola a tronco di cono rovesciato. Una lanterna sovrasta la Basilica la cui luce è visibile a chilometri di distanza, mentre sopra di essa una croce svetta nel cielo. Con i suoi 60 metri di altezza è il monumento più grande del suo genere in tutto il Medio Oriente.

Tutt’intorno al muro di cinta ci sono dei mosaici raffiguranti Maria ognuno donato da  una nazione diversa. Si entra e subito colpisce la vastità della chiesa, ma lo sguardo vaga e cerca quello che fu il luogo dell’Annunciazione, a sinistra dell’altare maggiore, sotto il presbiterio. Si scendono alcuni gradini e ci si trova di fronte ad un cancelletto che chiude l’accesso ad una grotta. Alcuni fari illuminano il piccolo altare, ma è quella interiore la luce più forte che quel luogo riesce a donare.

Fuori dalla Basilica si possono ammirare degli scavi archeologici, alcuni reperti molto importanti sono oggi conservati nel museo situato nell’antico palazzo vescovile, nella zona nord del complesso. Tra questi vi troviamo un’incisione in caratteri greci che dice “XE MAPYA”, ovvero “Rallegrati Maria”. Ad oggi questa è la più antica invocazione alla Vergine Maria ritrovata all’interno della Grotta insieme ad altre incisioni in lingue antiche. Questo fa capire quanto questo luogo sia stato venerato nei secoli da parte di pellegrini di ogni lingua. Tutto in questo luogo parla di Maria, e di Giuseppe il suo silenzioso sposo. Anche i dintorni parlano della Sacra Famiglia ad iniziare dalla ricca Sepphoris o Zippori, distante solo 6 km da Nazareth.

Ma adesso è tempo di incamminarci dietro Gesù, Cana di Galilea ci aspetta.

 

Terra Santa: prima puntata – L’ARRIVO

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Oggi,vorrei raccontarvi di Israele, ma talmente tante sono le cose da dire che percorreremo insieme questo viaggio in più “puntate”. Iniziamo  con Tel Aviv.

Dopo mesi di attesa per organizzare il viaggio e raccogliere le iscrizioni, finalmente si parte da Milano Malpensa con destinazione…. Israele!!! Ogni volta che prendo l’aereo, scelgo sempre un posto al finestrino perché dall’alto cerco di capire nelle giornate terse da nubi ed aiutato dai contorni del territorio, dalla forma di un lago o talvolta dal profilo di una costa,  che cosa l’aereo stia sorvolando. Riconosco bene il Po, il lago di Bolsena, poi forse la costa della Puglia, quell’isola fatta come una C rovesciata potrebbe essere Santorini e poi…mare, mare, mare.

Ecco però che si intravede dalla foschia una striscia di terra e la hostess annuncia che il pilota sta facendo le operazioni di avvicinamento. E’ la costa di Israele, della Terra Santa, della terra promessa ed improvvisamente non vedi l’ora di arrivare, ti batte il cuore e pensi “ecco la terra che fu dei patriarchi, di Abramo, di Giacobbe, dei profeti, di Gesù, di  Giuseppe…di Maria”.

Dopo un largo giro verso est, credo per evitare il passaggio sopra la striscia di Gaza, l’aereo sorvola a bassa quota Tel Aviv, per atterrare nel nuovo aereoporto intitolato a Ben Gurion, padre fondatore dello stato di Israele.

Si esce dall’aereo con il “finger” ed un lungo ed ampio corridoio con enormi vetrate porta i passeggeri di tutti i voli in arrivo al controllo passaporti eseguito da inespressivi funzionari che ti chiedono la durata della permanenza ed i luoghi che intendi vistare in Israele. Un timbro su un foglietto di carta (oggi non viene più messo il timbro sul passaporto) e si entra nel salone dove vengono consegnati i bagagli.

Una ragazza si avvicina, è l’assistente dell’aeroporto che ha il compito di accompagnarci fuori e presentarci alla nostra guida. E’ così che  incontro e conosco Joseph, un palestinese cristiano, archeologo,la nostra guida  per tutta la durata del viaggio. Saliamo sul pullman e si parte per Nazareth.

L’impatto con la città di Tel Aviv è molto forte: una città moderna, con grandi grattacieli, spesso sedi di banche, e questi enormi cartelli pubblicitari che ci sovrastano e ci invitano allo shopping in eleganti centri commerciali, mentre a nord sul mare, una spiaggia dorata le fa da corona e sulle strade…traffico, traffico, tanto traffico.

Una domanda mi sorge subito spontanea: sono forse a Miami? Ma no, ecco che mi si apre davanti il paesaggio tipico del Medio Oriente: le sue case basse, bianche e con il tetto piatto sul quale si stagliano contro il cielo delle cisterne nere, probabilmente delle riserve di acqua, il tutto immerso in una foresta di antenne e parabole per la ricezione di programmi tv. Ogni tanto dei minareti spuntano qua e là in zone mussulmane del paese, illuminati di notte da una luce verde.

Ma ecco la piana di Megido lungo l’antica via Maris, la via del mare, lunghissima ed antica strada di cominicazione che dalla Mespopotamia, conduceva le carovaniere ai porti di Cesarea Marittima e Jaffa, e quindi in Egitto. Ed è qui nella piana di Megido, o Tel Megido in arabo che secondo l’Apocalisse si dovrà combattere la battaglia finale (l’Armageddon) tra Gesù e Satana alla fine dei tempi. Più avanti, Cesarea Marittima fondata da Erode il Grande tra il 25 e il 13 avanti Cristo. Ci si ferma per visitare i resti di un antico acquedotto romano, l’unico che sia stato costruito sulla spiaggia, poi si riprende il cammino, ma ormai è sera e in lontananza si scorge il profilo di una montagna: il monte del “precipizio”, narrato nel Vangelo di Luca, dove i concittadini di Gesù, increduli per quanto aveva loro comunicato e cioè di essere il Messia, lo condussero per ucciderlo ma egli passando tra la folla riuscì a sfuggire.

Ma ormai siamo in Galilea, ormai siamo a Nazareth!

Nevers, una semplice bellezza

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A circa 250 km da Parigi nella regione della Borgogna, bagnata dalle acque della Loira sorge la cittadina di Nevers. Il paesaggio è quello di una tipica cittadina della campagna francese: le case con i tetti mansardati ricoperti di ardesia e tutt’attorno questi colori smorzati da un vissuto e da un intenso passato storico.

Ma perché parlo di questa cittadina? C’è forse un santuario sconosciuto ai più? Ebbene no non c’è alcun santuario rinomato ma in questo borgo nel 1866 varcava la soglia del convento delle suore della Carità sulla collina di Saint Gildard una ragazza di nome Marie Bernarde conosciuta da tutti come Bernadette: la veggente di Lourdes.

Bernadette a 22 anni entra nel convento delle suore, e lì morirà all’età di 35 anni dopo una lunga malattia. Venne sepolta nel giardino del convento e dopo 30 anni fu riesumata. Ma lo stupore dei medici che fecero la ricognizione del corpo fu tanta quando si accorsero che era incorrotto. Furono fatte molte analisi ma la pelle era ed è, ancora oggi, elastica e gli organi interni completamente intatti. Venne messa allora in un sarcofago di cristallo dove tutt’oggi è esposta alla venerazione dei pellegrini.

Fu canonizzata nel 1933 sotto il pontificato di Pio XI, non tanto perché Bernadette ha avuto il privilegio di vedere la Madonna, piuttosto per la semplicità con cui ha condotto la sua vita. Lei stessa era solita ripetere: “E’ perché ero la più povera ed ignorante che la Vergine mi ha scelta”.

Quando la vedi, rimani senza parole ed è impossibile non commuoversi di fronte a tanta bellezza! La prima volta che l’ho vista è stato sconvolgente: avevo davanti il volto di una giovane suora addormentata con le mani giunte. Tante furono le emozioni che mi sconvolsero ma più di tutte la pace e la serenità che mi invasero appena posai gli occhi su quel volto.

Oggi le sorelle delle Carità di Nevers stanno passando una crisi vocazionale e nel convento ci sono pochissime suore e qualche novizia. Nel 1970 fu ristrutturato il convento e gli venne dato il nome di “Espace Bernadette”. Adesso è aperto ai visitatori, ai gruppi e ai pellegrini in generale.

Su questo luogo non c’è molto da dire. Il silenzio che avvolge il tutto parla da solo. Solamente una preghiera sale spontanea dal cuore: Santa Bernadette prega per me, prega per noi…