NAZARETH (2a puntata)

 

annunciazione E’ notte quando arrivo in hotel, un buon 4 stelle situato nella prima periferia della cittadina chiamata Nazareth Illit; è in posizione panoramica rispetto alla città vecchia, e la finestra della mia camera ha una vista stupenda sul centro abitato. Centinaia di luci illuminano la città quasi fosse un Presepe, ma tra tutte se ne scorge una molto più luminosa, un faro che fende il buio della notte nella Galilea. Non so bene cosa sia, ma immagino che dovrebbe essere la meta principale della visita di Nazareth: la Basilica dell’Annunciazione.

La mattina dopo, il pullman dall’hotel ci porta verso via Ha Galil, dove è situata la Fontana della Vergine.

Mentre le colline di Nazareth ci accompagnano lungo il breve  tragitto, scorgiamo tutte quelle abitazioni ormai in disuso costruite dentro le grotte e prive di pozzi d’acqua.
Un tempo l’unico luogo possibile dove reperire acqua potabile era infatti una sorgente in fondo al paese dove, secondo la tradizione, Maria ebbe la prima apparizione dell’Angelo. Oggi questa sorgente è conservata in una piccola chiesa ortodossa. Diversi sono i pellegrini che entrano e bevono quell’acqua che sembra possedere capacità miracolose.

E’ il primo contatto “fisico”, intendo di persona con i luoghi, le strade, le pietre, dove i piedi di Maria, di Gesù e degli Apostoli, hanno calpestato, la fonte dell’acqua da cui hanno attinto, per bere, per lavarsi.Il  Vangelo comincia ad assumere una forma tridimensionale, non più parole, non solo parole, ma adesso davanti ai miei occhi anche oggetti, paesaggi, costruzioni, una fisicità, una realtà che prima non percepivo. Certo ci sono anche i films, le ricostruzioni, ben fatte, ma spesso nei titoli di coda leggiamo che le scene sono state girate in Marocco o in Tunisia.  I films ci emozionano, ma percepiamo in essi una sfumatura di “falso”, di bello-si-ma-non-originale, che lascia un dubbio, un’insoddisfazione. Qui  tutto è autentico, certo con la modernità che si è accumulata intorno e che “assedia” i luoghi sacri e antichi, per cui sarebbe impossibile girare i films in questi luoghi, ma essere qui, di persona rende,  restituisce appieno quella sensazione, quell’ emozione, quel “vedere” il Vangelo che non abbandonerà più il pellegrino, una volta tornato a casa, alla routine, alla cultura di appartenenza, perché  in questa terra si respira anche la cultura dei popoli che  abitavano allora, e che ancora le abitano.

Ci incamminiamo verso la via Paulus Ha – Shishi e ci fermiamo in una piazzetta dove un venditore ci regala per un euro una meravigliosa spremuta di melograno, dissetandoci così dal caldo di quella mattina.

La Basilica dell’Annunciazione è poco più avanti, e la sua mole imponente sovrasta la piccola moschea bianca che si affaccia sulla piazzetta. I mussulmani, non potendo costruire una moschea più alta della Basilica, hanno affisso uno striscione in bella vista che recita: “Chiunque cerchi una religione diversa dall’Islam, non sarà mai accettato da Lui e nell’altra vita sarà perduto per sempre”.

Ci lasciamo alle spalle la moschea, e iniziammo a salire la stretta stradina che ci avrebbe portato alla Basilica. Attorno a noi bancarelle e negozi riempiono la strada spandendo nell’aria un profumo di spezie e di carne abbrustolita che ci accompagna lungo tutto il percorso. Finalmente entriamo nel recinto della Basilica e da vicino si nota meglio la costruzione detta “a capanna”,  con un motivo traforato di coronamento e al centro una statua in bronzo di Gesù. Sulla facciata, tra le fasce di pietra bianca e rosa in cui è suddivisa, spiccano queste parole: “Angelus Domini Nuntiavit Maria” e più in basso “Verbum Caro Factum est et habitavit in nobis”. E’ una chiesa moderna in cemento armato, ricostruita sulle antiche rovine di una chiesa crociata, caratterizzata dalla cupola a tronco di cono rovesciato. Una lanterna sovrasta la Basilica la cui luce è visibile a chilometri di distanza, mentre sopra di essa una croce svetta nel cielo. Con i suoi 60 metri di altezza è il monumento più grande del suo genere in tutto il Medio Oriente.

Tutt’intorno al muro di cinta ci sono dei mosaici raffiguranti Maria ognuno donato da  una nazione diversa. Si entra e subito colpisce la vastità della chiesa, ma lo sguardo vaga e cerca quello che fu il luogo dell’Annunciazione, a sinistra dell’altare maggiore, sotto il presbiterio. Si scendono alcuni gradini e ci si trova di fronte ad un cancelletto che chiude l’accesso ad una grotta. Alcuni fari illuminano il piccolo altare, ma è quella interiore la luce più forte che quel luogo riesce a donare.

Fuori dalla Basilica si possono ammirare degli scavi archeologici, alcuni reperti molto importanti sono oggi conservati nel museo situato nell’antico palazzo vescovile, nella zona nord del complesso. Tra questi vi troviamo un’incisione in caratteri greci che dice “XE MAPYA”, ovvero “Rallegrati Maria”. Ad oggi questa è la più antica invocazione alla Vergine Maria ritrovata all’interno della Grotta insieme ad altre incisioni in lingue antiche. Questo fa capire quanto questo luogo sia stato venerato nei secoli da parte di pellegrini di ogni lingua. Tutto in questo luogo parla di Maria, e di Giuseppe il suo silenzioso sposo. Anche i dintorni parlano della Sacra Famiglia ad iniziare dalla ricca Sepphoris o Zippori, distante solo 6 km da Nazareth.

Ma adesso è tempo di incamminarci dietro Gesù, Cana di Galilea ci aspetta.

 

Fatima, la luce sul mondo.

13 maggio del 1917. Era la domenica precedente l’Ascensione e tre piccoli pastori di 10, 9 e 7 anni dopo aver partecipato alla S. Messa, andarono a pascolare il gregge in una radura chiamata “Cova de Iria”. Era una grande radura di terra disconnessa con qualche piccolo leccio. Fu su uno di quei lecci che, dopo un lampo improvvmadonna fatimaiso, apparve una signora rivestita di luce. I ragazzi ne ebbero timore ma la bella signora disse: “non abbiate paura, sono del cielo”.

A Fatima, tutto iniziò così.

A Lucia, Giacinta e Francesco la Vergine apparve ogni 13 del mese da Maggio ad Ottobre, chiedendo ai ragazzini penitenza per i “poveri peccatori” e lasciando loro tre segreti.

Oggi Fatima conta circa 12 mila anime ed è un paesino ubicato nel comune di Ourem nel cuore del Portogallo. Non esistono nè ferrovia né tantomeno un aeroporto. Vi starete chiedendo come si arriva in questa piccola oasi sperduta della valle portoghese. Ebbene, la cittadina dista solo 120 kilometri da Lisbona percorribili tramite pullman di linea. Il percorso, a differenza di quello che porta a Medjugorje, è lineare. Appena usciti dall’autostrada, ci accolgono loro Lucia, Giacinta e Francesco che, come delle guide, ci indicano il cammino.

Ed ecco Fatima!

Si apre subito davanti ai nostri occhi la Cova de Iria: quello che al tempo delle apparizioni era una pietraia disconnessa, oggi è una grande piazza in cui svetta nella parte alta la Basilica. A sinistra del piazzale la Cappellina delle Apparizioni: una minuscola cappella avvolta in una struttura di vetro che racchiude la statua della Vergine.

Certamente oggi Fatima si presenta al pellegrino in una veste ben diversa da come era al tempo dei pastorelli: moderni alberghi e negozi, che in maniera molto discreta, fanno da contrappunto alla spianata di Cova de Iria.Ma se qualcuno volesse rendersi conto di come fosse la zona al tempo delle apparizioni, è sufficiente percorrere il sentiero che si sviluppa dalla Rotonda Sud verso Valinos, Cabeco e Aljustrel, e perdersi tra i terreni incolti, i lecci e l’eucalipto che qua cresce rigoglioso. È qui che il pellegrino può percorrere la Via Crucis e ritrovare sé stesso.

Su Fatima sono stati scritti fiumi di inchiostro e sui segreti che la Vergine ha rivelato ai tre pastorelli si sono spese parole all’infinito; in special modo sul famoso terzo segreto.

E allora perché andare a Fatima?

Perchè è il luogo in cui si possono chiedere delle grazie, in cui il pellegrino rafforza la fede e si immerge in quella profonda e personale preghiera che solo il credente può comprende.

Ma soprattutto, perché Fatima è il luogo in cui il pellegrino si ferma e dice “Grazie”.

Medjugorje…terra di pace o di sassi?

La guerra dei Balcani era appena terminata quando mi venne chiesto di organizzare un medjpellegrinaggio a Medjugorje, con un po’ di timore, per la logistica del viaggio e per quello che avrei trovato arrivato là, decisi di viaggiare in nave da Ancona a Spalato imbarcando il bus che poi ci avrebbe portato attraverso i monti a destinazione.
La traversata, di notte, in comode cabine, quella per l’accompagnatore, la migliore ovviamente, direttamente posizionata sopra i motori, mi vide insonne e trepidante, ansia? Paura? Viaggio verso l’ignoto? No, i motori a tratti asmatici, a tratti martellanti sconquassavano la cabina facendo cigolare i mobili e impedendo il sonno….ma alla mattina ecco Spalato….bella, vacanziera con le palme (che fanno sempre croisette..), nobildonna con il palazzo (di Diocleziano…293 D.C.), imponente e, dietro nelle viuzze tutto il resto di un’architettura che racconta dei popoli che via via hanno dominato l’Adriatico…ma la nostra meta era Medgiugorje…
Si fa dogana e poi via per strade di montagna, piccoli paesi con le case mitragliate (Io sono nato negli anni ’50, non le avevo mai viste….) il filo bianco e rosso a delimitare i campi, ma non erano i soliti lavori stradali interminabili all’italiana…erano le “recinzioni” dei campi minati…piccole chiese aperte come carciofi da qualche bomba, minareti mozzati…. Ma più sconvolgenti di tutto… i volti delle persone, ancora attoniti, sopravvissuti a una guerra assurda, osservavano questi dell’occidente che dopo aver combattuto in qualche modo nella loro guerra, adesso si fiondavano a frotte con i bus, i preti e i rosari per andare dove? Verso un paese neppure segnato sulle carte stradali, chissà cosa pensavano di noi…
In questo contesto, curva dopo curva, sasso dopo sasso ecco Medjugorje. Dovete sapere che in bosniaco il termine “Medjugorje” significa “paese tra i monti”, e una volta lì capii subito il perché i suoi abitanti la chiamavano così: montagne, montagne ovunque.
La prima cosa che mi saltò all’occhio dopo l’ultima curva fu la chiesa di San Giacomo o Santuario della Regina della Pace. Una chiesa troppo grande per il numero di abitanti, ma troppo piccola per la quantità di pellegrini che da ogni parte della terra accorrono in questo luogo alla ricerca della pace. E tutt’intorno? Beh, a parte qualche casa e qualche pensione tutto ciò che si notava era la distesa enorme di sassi. Sassi, sassi, solo sassi.
Ma cominciamo il nostro viaggio, partiamo dal Podboro o collina delle apparizioni. All’apparenza è un’enorme pietraia la cui salita è resa difficile dalle pietre lisce ed instabili; qua e là, lungo la salita, notiamo delle formelle di bronzo raffiguranti i misteri del rosario. Sulla cima la statua di marmo della Vergine Maria indica il punto in cui i 6 veggenti vedevano regolarmente la Madonna. Poco sotto, dall’altro versante del monte, troviamo una croce blu anch’essa simbolo delle apparizioni.
Per finire il Krizevac, sulla cui sommità nel 1933 venne posizionata una croce per ricordare i 1900 anni dalla crocifissione. Lungo il percorso sono state posizionate le stazioni della via crucis.

Questa è Medjugorje, come potete immaginare è un paesino modesto. Ma quello che colpisce il pellegrino, dopo quell’ultima ed estenuante curva, è la grande fede e la pace che sprigiona questa cittadina. Qui un fedele cura lo spirito, il cuore ritrova Dio e l’uomo ritrova la sua dimensione e il suo valore nel mondo. Qui, la presenza di Maria si sente ed palpabile in ogni cosa.
A Medjugorje vai se sei chiamato e quando torni a casa non vedi l’ora di poterci tornare.

E’ la mia (prima) volta?

 

Oggi voglio raccontarvi il primo pellegrinaggio a cui partecipai.

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Avevo circa 7/8 anni ed ero, come tanti altri, un giovane e spensierato chierichetto.

Al termine della stagione estiva e prima dell’inizio della scuola, che in quegli anni iniziava il 1° di ottobre, la parrocchia organizzò un pellegrinaggio a San Pellegrino in Alpe. Per noi ragazzi, fu la parrocchia ad offrire il viaggio con il pranzo “al sacco” portato da casa.

Si partì la mattina presto dalla piazza principale di Marina di Massa con una corriera (credetemi quando vi dico che quello non si poteva chiamare pullman), e come spesso succedeva, dato che le prenotazioni erano superiori alla capacità dei posti disponibili, essi venivano aumentati con l’aggiunta dei famigerati “strapuntini”. Chi è della mia generazione sicuramente saprà cosa intendo con “strapuntini”, per chi invece non lo sapesse erano una sorta di strisce di cuoio che venivano agganciate tra i sedili esistenti, occupando di fatto lo spazio del corridoio centrale.

A noi ragazzi erano destinati i posti in fondo e quella mattina dopo aver agganciato gli strapuntini ed averci “imprigionato” nell’ultima fila si partì…….

All’inizio tutto andò per il verso giusto, ma quando dopo un po’ iniziarono le curve della montagna (neanche sapevamo dove fosse San Pellegrino in Alpe) iniziarono i problemi.

I miei amici di viaggio iniziarono a vomitare chi a destra chi a sinistra, il caldo si faceva sentire e le persone iniziarono a sudare; l’aria condizionata ancora non c’era  e l’unica presa d’aria era data da una semifinestra apribile a vasistas. Insomma, in quel contesto anch’io iniziai a vomitare…..….

Di quel viaggio purtroppo ho solo quel triste ricordo, neppure so come era fatta la chiesa. Mi ricordo solo di un grande prato, dove ho raccolto dei cardi (una specie di fiori di montagna, che ho scoperto in seguito essere fiori protetti) da portare a casa come souvenir.

Durante il viaggio di ritorno, l’autista decise di passare dall’Abetone perché, a suo dire, il percorso era meno tortuoso. All’Abetone si fece una sosta ed io andai a comprarmi della Xamamina per il mal d’auto, ma purtroppo anche sul viaggio di ritorno ci fu la replica dei problemi avuti sul viaggio di andata.

Questa fu la mia prima esperienza come pellegrino. Bella no?