Le Lacrime di Siracusa

Era una bella giornata primaverile quando, dopo un tour con un gruppo in Sicilia, mi trovai a dover soggiornare l’ultima notte a Siracusa.

L’hotel era situato vicino alla zona archeologica della Neapolis.

Decisi quella sera di godermi l’aria limpida e tersa intorno a me, mi incamminai quindi verso la città.

Appena giunto tra le abitazioni intravidi una costruzione, una chiesa abbastanza moderna fatta a “cono rovesciato” e mi ricordai che doveva essere il santuario dedicato alla Madonna delle Lacrime.

L’evento prodigioso della lacrimazione avvenne nel 1953 in casa dei coniugi Iannuso di Siracusa.

La moglie del signor Iannuso era in attesa del primo bambino, ma aveva una gravidanza difficile e spesso le procurava un abbassamento della vista. La notte del 29 Agosto la sua condizione peggiorò tanto che divenne cieca.

La mattina riacquistò la vista e alzando gli occhi verso il quadro che aveva sopra il letto, vide delle grosse lacrime scendere sul viso della madonnina.

Il fenomeno durò fino al primo settembre.

Si recarono sul luogo il vescovo e alcuni chimici del laboratorio di igiene e profilassi, assieme al dott. Cassola dichiaratamente ateo.

In loro presenza dagli occhi dell’immagine di Maria sgorgarono copiosamente le lacrime.

Vennero raccolte le lacrime con una provetta e vennero compiute le analisi sul quadro. Il liquido aveva la stessa composizione chimica delle lacrime umane e lo stesso dott. Cassola non seppe spiegare il fenomeno.

Il 12 dicembre dello stesso anno, la chiesa dichiarò autentica la prodigiosa lacrimazione.

Il tempo a disposizione che avevo era veramente poco, ma non potevo partire da Siracusa senza fare una visita al Santuario; così mi informai sull’apertura mattutina e mi ripromisi di andarci la mattina seguente.

Alle 6 mi alzai e prima ancora di fare colazione andai al santuario. Aveva appena albeggiato e il sole iniziava a riscaldare con i suoi teneri raggi.

Man mano che mi avvicinavo alla costruzione mi resi conto che gli architetti nel realizzare l’opera, cercarono di rappresentare una lacrima caduta dal cielo che cadendo bagnava di grazie i pellegrini che si avvicinavano ad essa.MADONNA DELLE LACRIME

Il cancello del recinto era aperto e il sacrestano che incontrai sul sagrato stava per aprire la porta.

Entrai in chiesa e a quell’ora ancora non c’era nessuno, tutto era in penombra.

Dietro l’altar maggiore c’erano illuminati una grande croce e ai suoi piedi il piccolo quadro: era il quadro del “prodigio”.

Mi sentii avvolto dalla grazia di Maria e in quel momento chiesi la protezione e il suo soccorso per tutte quelle famiglie che tutt’oggi vivono nella disperazione, nel pianto e INTERNO SANTUARIO LACRIMEnella sofferenza.

L’incontro di quella mattina fu un momento breve, ma intenso.

Dopo aver acceso una candela, uscii dal Santuario.

Come il lume bruciava nel Santuario, così nel mio cuore si accese la speranza che la mia preghiera potesse essere ascoltata dalla nostra Mamma Celeste.

Il Sepolcro…..vuoto !

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la Via Dolorosa

Lasciata la valle di Giosafat, una strada in leggera salita conduce alla “Porta dei Leoni” o delle “Pecore” così chiamata perché vi sono intagliate 4 pantere scambiate per leoni o per pecore. Questa è una delle 7 porte accessibili per entrare nella città vecchia di Gerusalemme ed è il luogo dove tradizionalmente inizia la “ via Dolorosa” , la strada che fece Gesù caricato della croce per arrivare al Calvario. Siamo nel quartiere musulmano della città vecchia.

A pochi passi dall’ingresso, troviamo la chiesa di S. Anna costruita in stile romanico. Ha un’acustica perfetta e diversi gruppetti di pellegrini si cimentano a cantare “a cappella”. La tradizione vuole che questo luogo fosse la casa di Gioacchino e Anna i genitori della Vergine Maria e dove Ella sarebbe nata. Nei vangeli canonici non si parla della nascita della Madonna, ma ne parla il protovangelo di Giacomo risalente al secondo secolo. Infatti, secondo la prima tradizione cristiana, la casa dei genitori di Maria è collocata vicino ad una piscina doppia, considerata centro di cura (appunto la piscina di Betesda- una specie di luogo termale) riportata in seguito nel vangelo di Giovanni.  Gli scavi archeologici iniziati nel 1871 portarono alla luce quella che era la biblica “piscina Bethesda”.

Poco oltre la chiesa di S. Anna, si trova sempre sulla destra percorrendo la via dolorosa, la chiesa della Condanna o Flagellazione e la chiesa dell’Ecce Homo. La chiesa della Flagellazione è sormontata da 5 cupole che rappresentano le 5 piaghe di Cristo. Nell’abside interno alcune statue di cartapesta raccontano la Passione di Gesù.

Il percorso della via dolorosa si svolge attraverso il mercato dove, tanta gente si accalca tra i vari negozi del souk arabo. I pellegrini che trasportando una croce fanno la pia pratica della via crucis, si mescolano con turisti, militari israeliani ed abitanti del luogo. Delle enormi cataste di pane appena sfornato, vengono trasportati da ragazzini con minuscoli e stretti carretti adatti ad entrare in quelle viuzze da ampi gradoni che salgono verso il Golgota, attraverso questo bazar dove viene venduto di tutto: souvenir, tessuti colorati, sciarpe, vestiti, spezie profumate, incenso profumato che inonda i vicoli circostanti.

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il mercato

Il percorso che Gesù caricato della croce fece verso il Golgota l’ho sempre raffigurato come una strada in salita. In realtà mi accorgo che il percorso è reso quasi pianeggiante dalla costruzione di ampi gradoni di pietra resi lisci dall’usura del calpestio di milioni di persone che hanno percorso quel tratto di strada, la stessa che Gesù percorse oltre duemila anni fa e che mi immagino non fosse molto diversa da oggi.

Al termine di questo, si arriva in una specie di spiazzo nel quale fanno capolino le cupole della Basilica del S. Sepolcro. Si entra da una piccola porticina dove sullo stipite in alto è posto un cuscino per evitare di battere la testa. Da qui si entra in una minuscola chiesetta cristiana ortodossa e con una scala si scende nella sottostante piazza: la piazza della Basilica del Santo Sepolcro. Un grande portone ci introduce forse nel luogo più sacro per tutta la cristianità.

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pietra della deposizione

Appena passato vedo tanti pellegrini inginocchiati davanti ad una pietra di granito rosso, è la pietra dove secondo la tradizione è stato posto Gesù quando venne deposto dalla croce. A destra, una ripida scala a chiocciola porta sulla sommità della roccia del Golgota. Vi è stato posto un altare e sotto ad esso è possibile mettere la mano nel foro lasciato dalla croce. A sinistra della pietra della deposizione, c’è il S. Sepolcro: un’edicola molto grande formata da due ambienti, il primo detto cappella dell’Angelo è l’anticamera alla seconda cappella che è il luogo vero e proprio del Sepolcro. La fila per entrare è generalmente abbastanza lunga ed è regolata a seconda degli orari dalle diverse confessioni cristiane. Si entra da una porta stretta, piccola, chinandosi per non battere la testa in un gesto di umiltà

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il Golgota, luogo della crocefissione

E’ arrivato il mio turno per entrare e l’emozione è forte, non mi sembra vero di trovarmi lì nel luogo origine della mia fede..

E’ strano, ma provo un senso di felicità e di pace interiore. Riesco a pensare solo alla vita e non alla morte. In questo luogo le parole del Vangelo di Luca prendono forma: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”. In piedi sto contemplando la pietra del sepolcro vuoto e davanti ad esso si completa la mia fede ma lasciandomi molti interrogativi. Vorrei rimanere ancora lì, ma un prete ortodosso mi fa cenno che è ora di uscire per lasciare posto ad altri pellegrini. Esco da quella piccola porticina, con le lacrime che mi rigano il volto.

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ingresso al S. Sepolcro

Cafarnao, le pietre raccontano.

 

 

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Ed eccoci a Cafarnao, la città di Gesù situata sulla sponda israeliana del lago di Tiberiade.

La cittadina, ai tempi di Gesù non aveva neppure un nome, infatti era considerata un semplice villaggio di frontiera il cui nome ebraico Kefar-Nahum significava “villaggio della consolazione”.  Qualcuno lo ha anche identificato come villaggio di grande confusione e non poteva essere altrimenti, visto che si trovava in punto strategico della Via Maris, via di grande comunicazione tra l’Egitto, l’Anatolia e la Mesopotamia.

In questo luogo di frontiera, Gesù scelse i dodici apostoli, insegnò alla sinagoga, compì miracoli e convertì pagani.

Ad accoglierci il convento dei francescani, una tozza costruzione di pietre a fasce bianche e nere posta sulla destra dell’ingresso degli scavi archeologici.

Superati i tornelli, ci troviamo immersi negli scavi archeologici di questa città; gli scavi, molto ben conservati, sono all’interno di un parco con alberi di alto fusto come cipressi, frondosi ficus le cui radici affiorano sul terreno, pini, palme e agave.

Ma ecco, tra le rovine, la casa di Pietro.

Era una tipica abitazione, quasi quadrata con un’unica porta di ingresso il cui stipite conserva ancora le tracce dei battenti che venivano chiusi dall’interno. Era costituita da diversi ambienti e come spesso avveniva, poteva ospitare diverse famiglie; quindi oltre alla famiglia di Pietro e di sua suocera, anche quella di suo fratello Andrea.

Tutte abitazioni della città avevano in comune il cortile il cui pavimento era composto da terra battuta.  Spesso il luogo era ombreggiato da tettoie ricoperte di paglia, e c’era il forno per la cottura del pane. Alla vista del pavimento, non può non tornarmi in mente la parabola in cui Gesù parla della Dramma (moneta) smarrita da una donna, la quale per ritrovarla prende la lucerna e spazza il pavimento attentamente fino a quando non la ritrova. Tutta la giornata o quasi tutta veniva trascorsa in questi cortili.

In mezzo agli scavi, si erge sostenuta da otto possenti e basse colonne di cemento armato, una chiesa moderna, che per come è stata costruita, ricorda una nave spaziale. Una breve rampa di scale porta all’interno della chiesa, ma appena entrati spicca nel mezzo davanti all’altare una recinzione posta tutt’attorno al pavimento di vetro un “oculos”, dal quale è possibile vedere i resti dall’alto.

Sto guardando la casa da quello che era il tetto e subito mi viene in mente il brano evangelico in cui si parla di come il paralitico nel suo “lettuccio” venne calato dal tetto per poterlo portare davanti a Gesù e di come Lui compì il miracolo della sua guarigione.

Anch’io spiritualmente mi sto calando nella casa di Pietro ed anch’io come il paralitico sto chiedendo la grazia della conversione.

A pochi metri dalla casa di Pietro, si erge la Sinagoga o meglio quello che resta della vecchia costruzione.

Vi assicuro che l’emozione nel calpestare il pavimento di quel luogo dove Gesù ha parlato è molto forte.

Dalle poche mura rimaste in piedi riecheggia la voce di Gesù che racconta la parabola del figliol prodigo che torna dal Padre dopo aver sperperato i suoi averi. Ecco anch’io oggi in questo luogo mi sento un po’ come quel figlio che tornando chiede perdono per essermi allontanato dalla sua grazia.

La brezza del vicino lago mitiga il caldo, mentre per la gioia che provo mi prende un nodo alla gola.

Gesù è presente, sento la Sua vicinanza, la sua grazia ed il suo amore paterno mi avvolgono in un abbraccio filiale.

Beati……Beati……Beati…….

 

 

Con un pizzico di nostalgia lasciamo la piccola chiesetta sul lago e percorriamo un breve tratto di strada asfaltata.

Attraversiamo campi di erba bruciata dal sole, intervallati da piante di ulivi, eucalipti, coltivazioni di banane e basse palme da dattero per poi salire sulla collina dove si ricorda il discorso della montagna.

Ogni tanto, lungo il ciglio della strada, alcuni cespugli di oleandro danno colore alla monotonia del paesaggio: siamo al monastero delle Beatitudini.

Ci fermiamo al largo cancello di ingresso, dove un guardiano consegna all’autista del pullman la ricevuta del pagamento per il parcheggio e da qui, dopo aver ottenuto l’autorizzazione, entriamo nella zona del monastero.

Colpisce immediatamente lo splendido giardino e le innumerevoli specie di piante, alcune sempre-verdi come degli enormi Ficus Benjamin (le cui radici affiorano dal terreno) ed altre, con fiori sgargianti i cui colori si contrappongono al marrone della terra.

Appena scesi dal pullman ci aspetta il classico ristoro, molto ben rifornito.

Ne approfitterei subito per godermi una spremuta di melograno, ma avendo già prenotato la Messa e dovendo fare la Comunione, per il momento soprassiedo.

La vista dalla collina è unica: il blu del lago sottostante si fonde con il colore azzurro del cielo, mentre in fondo, dalla parte opposta, i monti della Siria e le alture del Golan gli fanno da corona.

A destra si intravede in lontananza Tiberiade, mentre a sinistra si scorgono gli scavi archeologici di Cafarnao.

Sul lago alcune barche trasportano i pellegrini che sperimentano l’attraversata del lago come fecero gli Apostoli.

Una leggera brezza proveniente dal mare accarezza i nostri volti.

Nel giardino, sotto i Ficus, ci sono degli altari e in alcuni sono già in corso delle celebrazioni.

Si avvicina una suora e mi consegna una chiave che apre un lucchetto; al mio gruppo è stata assegnata una cappella ricavata in una parte del giardino che forma un teatro naturale nella zona sottostante la basilica.

L’altare è rivolto verso il lago e i fedeli durante la celebrazione si trovano dinanzi sia l’altare che il lago stesso.

Alla consacrazione, quando il sacerdote eleva l’ostia e il calice, l’effetto ottico è unico perché essi si stagliano sopra il lago come a ricordarci che il creato è opera Sua.

La chiesa è a pianta ottagonale e venne eretta nel 1937 dall’architetto Barluzzi, costruita con una materiale grigio chiaro e circondata da un porticato di colonne bianche; sopra a tutto una cupola, terminante con una lanterna.

All’interno della chiesa e su ciascuna delle otto mura, sono scritte in latino le otto beatitudini, mentre sul pavimento sono raffigurate le tre virtù teologali (fede, speranza e carità) e le quattro virtù cardinali (fortezza, giustizia, prudenza, temperanza).

In questo contesto, in questa cartolina, prende forma e si interiorizza il discorso della Montagna.  Lo spirito è aiutato a comprendere la nostra insignificanza di fronte al creato stesso.

Alcuni padri della chiesa considerano il discorso della montagna come la “magna charta” del cristiano.

Per me è sempre stato difficile comprendere la ragione per la quale io debba essere beato se qualcuno mi insulta o per essere l’ultimo e non il primo. Ho sempre compreso di più l’essere misericordiosi, piuttosto che trovare la beatitudine nelle afflizioni della vita.

In questo luogo, vivendo di persona il “quinto Vangelo”, ho capito che forse fino ad oggi ho cercato le beatitudini nelle cose effimere della vita, e che il cristianesimo significa abbracciare anche queste croci, piccole o grandi, che ci sono state affidate col discorso della montagna.

Ma è ora di ripartire Cafarnao ci aspetta !!!

NAZARETH (2a puntata)

 

annunciazione E’ notte quando arrivo in hotel, un buon 4 stelle situato nella prima periferia della cittadina chiamata Nazareth Illit; è in posizione panoramica rispetto alla città vecchia, e la finestra della mia camera ha una vista stupenda sul centro abitato. Centinaia di luci illuminano la città quasi fosse un Presepe, ma tra tutte se ne scorge una molto più luminosa, un faro che fende il buio della notte nella Galilea. Non so bene cosa sia, ma immagino che dovrebbe essere la meta principale della visita di Nazareth: la Basilica dell’Annunciazione.

La mattina dopo, il pullman dall’hotel ci porta verso via Ha Galil, dove è situata la Fontana della Vergine.

Mentre le colline di Nazareth ci accompagnano lungo il breve  tragitto, scorgiamo tutte quelle abitazioni ormai in disuso costruite dentro le grotte e prive di pozzi d’acqua.
Un tempo l’unico luogo possibile dove reperire acqua potabile era infatti una sorgente in fondo al paese dove, secondo la tradizione, Maria ebbe la prima apparizione dell’Angelo. Oggi questa sorgente è conservata in una piccola chiesa ortodossa. Diversi sono i pellegrini che entrano e bevono quell’acqua che sembra possedere capacità miracolose.

E’ il primo contatto “fisico”, intendo di persona con i luoghi, le strade, le pietre, dove i piedi di Maria, di Gesù e degli Apostoli, hanno calpestato, la fonte dell’acqua da cui hanno attinto, per bere, per lavarsi.Il  Vangelo comincia ad assumere una forma tridimensionale, non più parole, non solo parole, ma adesso davanti ai miei occhi anche oggetti, paesaggi, costruzioni, una fisicità, una realtà che prima non percepivo. Certo ci sono anche i films, le ricostruzioni, ben fatte, ma spesso nei titoli di coda leggiamo che le scene sono state girate in Marocco o in Tunisia.  I films ci emozionano, ma percepiamo in essi una sfumatura di “falso”, di bello-si-ma-non-originale, che lascia un dubbio, un’insoddisfazione. Qui  tutto è autentico, certo con la modernità che si è accumulata intorno e che “assedia” i luoghi sacri e antichi, per cui sarebbe impossibile girare i films in questi luoghi, ma essere qui, di persona rende,  restituisce appieno quella sensazione, quell’ emozione, quel “vedere” il Vangelo che non abbandonerà più il pellegrino, una volta tornato a casa, alla routine, alla cultura di appartenenza, perché  in questa terra si respira anche la cultura dei popoli che  abitavano allora, e che ancora le abitano.

Ci incamminiamo verso la via Paulus Ha – Shishi e ci fermiamo in una piazzetta dove un venditore ci regala per un euro una meravigliosa spremuta di melograno, dissetandoci così dal caldo di quella mattina.

La Basilica dell’Annunciazione è poco più avanti, e la sua mole imponente sovrasta la piccola moschea bianca che si affaccia sulla piazzetta. I mussulmani, non potendo costruire una moschea più alta della Basilica, hanno affisso uno striscione in bella vista che recita: “Chiunque cerchi una religione diversa dall’Islam, non sarà mai accettato da Lui e nell’altra vita sarà perduto per sempre”.

Ci lasciamo alle spalle la moschea, e iniziammo a salire la stretta stradina che ci avrebbe portato alla Basilica. Attorno a noi bancarelle e negozi riempiono la strada spandendo nell’aria un profumo di spezie e di carne abbrustolita che ci accompagna lungo tutto il percorso. Finalmente entriamo nel recinto della Basilica e da vicino si nota meglio la costruzione detta “a capanna”,  con un motivo traforato di coronamento e al centro una statua in bronzo di Gesù. Sulla facciata, tra le fasce di pietra bianca e rosa in cui è suddivisa, spiccano queste parole: “Angelus Domini Nuntiavit Maria” e più in basso “Verbum Caro Factum est et habitavit in nobis”. E’ una chiesa moderna in cemento armato, ricostruita sulle antiche rovine di una chiesa crociata, caratterizzata dalla cupola a tronco di cono rovesciato. Una lanterna sovrasta la Basilica la cui luce è visibile a chilometri di distanza, mentre sopra di essa una croce svetta nel cielo. Con i suoi 60 metri di altezza è il monumento più grande del suo genere in tutto il Medio Oriente.

Tutt’intorno al muro di cinta ci sono dei mosaici raffiguranti Maria ognuno donato da  una nazione diversa. Si entra e subito colpisce la vastità della chiesa, ma lo sguardo vaga e cerca quello che fu il luogo dell’Annunciazione, a sinistra dell’altare maggiore, sotto il presbiterio. Si scendono alcuni gradini e ci si trova di fronte ad un cancelletto che chiude l’accesso ad una grotta. Alcuni fari illuminano il piccolo altare, ma è quella interiore la luce più forte che quel luogo riesce a donare.

Fuori dalla Basilica si possono ammirare degli scavi archeologici, alcuni reperti molto importanti sono oggi conservati nel museo situato nell’antico palazzo vescovile, nella zona nord del complesso. Tra questi vi troviamo un’incisione in caratteri greci che dice “XE MAPYA”, ovvero “Rallegrati Maria”. Ad oggi questa è la più antica invocazione alla Vergine Maria ritrovata all’interno della Grotta insieme ad altre incisioni in lingue antiche. Questo fa capire quanto questo luogo sia stato venerato nei secoli da parte di pellegrini di ogni lingua. Tutto in questo luogo parla di Maria, e di Giuseppe il suo silenzioso sposo. Anche i dintorni parlano della Sacra Famiglia ad iniziare dalla ricca Sepphoris o Zippori, distante solo 6 km da Nazareth.

Ma adesso è tempo di incamminarci dietro Gesù, Cana di Galilea ci aspetta.

 

Terra Santa: prima puntata – L’ARRIVO

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Oggi,vorrei raccontarvi di Israele, ma talmente tante sono le cose da dire che percorreremo insieme questo viaggio in più “puntate”. Iniziamo  con Tel Aviv.

Dopo mesi di attesa per organizzare il viaggio e raccogliere le iscrizioni, finalmente si parte da Milano Malpensa con destinazione…. Israele!!! Ogni volta che prendo l’aereo, scelgo sempre un posto al finestrino perché dall’alto cerco di capire nelle giornate terse da nubi ed aiutato dai contorni del territorio, dalla forma di un lago o talvolta dal profilo di una costa,  che cosa l’aereo stia sorvolando. Riconosco bene il Po, il lago di Bolsena, poi forse la costa della Puglia, quell’isola fatta come una C rovesciata potrebbe essere Santorini e poi…mare, mare, mare.

Ecco però che si intravede dalla foschia una striscia di terra e la hostess annuncia che il pilota sta facendo le operazioni di avvicinamento. E’ la costa di Israele, della Terra Santa, della terra promessa ed improvvisamente non vedi l’ora di arrivare, ti batte il cuore e pensi “ecco la terra che fu dei patriarchi, di Abramo, di Giacobbe, dei profeti, di Gesù, di  Giuseppe…di Maria”.

Dopo un largo giro verso est, credo per evitare il passaggio sopra la striscia di Gaza, l’aereo sorvola a bassa quota Tel Aviv, per atterrare nel nuovo aereoporto intitolato a Ben Gurion, padre fondatore dello stato di Israele.

Si esce dall’aereo con il “finger” ed un lungo ed ampio corridoio con enormi vetrate porta i passeggeri di tutti i voli in arrivo al controllo passaporti eseguito da inespressivi funzionari che ti chiedono la durata della permanenza ed i luoghi che intendi vistare in Israele. Un timbro su un foglietto di carta (oggi non viene più messo il timbro sul passaporto) e si entra nel salone dove vengono consegnati i bagagli.

Una ragazza si avvicina, è l’assistente dell’aeroporto che ha il compito di accompagnarci fuori e presentarci alla nostra guida. E’ così che  incontro e conosco Joseph, un palestinese cristiano, archeologo,la nostra guida  per tutta la durata del viaggio. Saliamo sul pullman e si parte per Nazareth.

L’impatto con la città di Tel Aviv è molto forte: una città moderna, con grandi grattacieli, spesso sedi di banche, e questi enormi cartelli pubblicitari che ci sovrastano e ci invitano allo shopping in eleganti centri commerciali, mentre a nord sul mare, una spiaggia dorata le fa da corona e sulle strade…traffico, traffico, tanto traffico.

Una domanda mi sorge subito spontanea: sono forse a Miami? Ma no, ecco che mi si apre davanti il paesaggio tipico del Medio Oriente: le sue case basse, bianche e con il tetto piatto sul quale si stagliano contro il cielo delle cisterne nere, probabilmente delle riserve di acqua, il tutto immerso in una foresta di antenne e parabole per la ricezione di programmi tv. Ogni tanto dei minareti spuntano qua e là in zone mussulmane del paese, illuminati di notte da una luce verde.

Ma ecco la piana di Megido lungo l’antica via Maris, la via del mare, lunghissima ed antica strada di cominicazione che dalla Mespopotamia, conduceva le carovaniere ai porti di Cesarea Marittima e Jaffa, e quindi in Egitto. Ed è qui nella piana di Megido, o Tel Megido in arabo che secondo l’Apocalisse si dovrà combattere la battaglia finale (l’Armageddon) tra Gesù e Satana alla fine dei tempi. Più avanti, Cesarea Marittima fondata da Erode il Grande tra il 25 e il 13 avanti Cristo. Ci si ferma per visitare i resti di un antico acquedotto romano, l’unico che sia stato costruito sulla spiaggia, poi si riprende il cammino, ma ormai è sera e in lontananza si scorge il profilo di una montagna: il monte del “precipizio”, narrato nel Vangelo di Luca, dove i concittadini di Gesù, increduli per quanto aveva loro comunicato e cioè di essere il Messia, lo condussero per ucciderlo ma egli passando tra la folla riuscì a sfuggire.

Ma ormai siamo in Galilea, ormai siamo a Nazareth!

Nevers, una semplice bellezza

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A circa 250 km da Parigi nella regione della Borgogna, bagnata dalle acque della Loira sorge la cittadina di Nevers. Il paesaggio è quello di una tipica cittadina della campagna francese: le case con i tetti mansardati ricoperti di ardesia e tutt’attorno questi colori smorzati da un vissuto e da un intenso passato storico.

Ma perché parlo di questa cittadina? C’è forse un santuario sconosciuto ai più? Ebbene no non c’è alcun santuario rinomato ma in questo borgo nel 1866 varcava la soglia del convento delle suore della Carità sulla collina di Saint Gildard una ragazza di nome Marie Bernarde conosciuta da tutti come Bernadette: la veggente di Lourdes.

Bernadette a 22 anni entra nel convento delle suore, e lì morirà all’età di 35 anni dopo una lunga malattia. Venne sepolta nel giardino del convento e dopo 30 anni fu riesumata. Ma lo stupore dei medici che fecero la ricognizione del corpo fu tanta quando si accorsero che era incorrotto. Furono fatte molte analisi ma la pelle era ed è, ancora oggi, elastica e gli organi interni completamente intatti. Venne messa allora in un sarcofago di cristallo dove tutt’oggi è esposta alla venerazione dei pellegrini.

Fu canonizzata nel 1933 sotto il pontificato di Pio XI, non tanto perché Bernadette ha avuto il privilegio di vedere la Madonna, piuttosto per la semplicità con cui ha condotto la sua vita. Lei stessa era solita ripetere: “E’ perché ero la più povera ed ignorante che la Vergine mi ha scelta”.

Quando la vedi, rimani senza parole ed è impossibile non commuoversi di fronte a tanta bellezza! La prima volta che l’ho vista è stato sconvolgente: avevo davanti il volto di una giovane suora addormentata con le mani giunte. Tante furono le emozioni che mi sconvolsero ma più di tutte la pace e la serenità che mi invasero appena posai gli occhi su quel volto.

Oggi le sorelle delle Carità di Nevers stanno passando una crisi vocazionale e nel convento ci sono pochissime suore e qualche novizia. Nel 1970 fu ristrutturato il convento e gli venne dato il nome di “Espace Bernadette”. Adesso è aperto ai visitatori, ai gruppi e ai pellegrini in generale.

Su questo luogo non c’è molto da dire. Il silenzio che avvolge il tutto parla da solo. Solamente una preghiera sale spontanea dal cuore: Santa Bernadette prega per me, prega per noi…

 

Lourdes, l’abbraccio di Maria

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“Io sono l’Immacolata Concezione” con queste parole la piccola Bernadette di soli 12 anni, quasi del tutto analfabeta, si presentò alla porta del parroco l’abate Peyramale di una piccola e quasi insignificante cittadina ai piedi dei Pirenei il 25 marzo del 1858: Lourdes.

Immaginatevi lo stupore del parroco a quelle parole dette da Bernadette, chi gliele ha dette? come fa una ragazzina che neppure sapeva scrivere ad aver  pronunciato una verità teologica così profonda, un dogma di fede che solo il Papa 4 anni prima aveva dichiarato? Oggi diremmo internet, la stampa, la televisione, i mass –media. Ma a quel tempo non c’era neppure il telefono, scoperto solo nel 1871. Ma allora a Bernadette chi aveva rivelato ciò se non la diretta interessata e cioè Maria? Ma chi è “Quella là” che chiede penitenza, penitenza, penitenza?  E perché chiede processioni? e perché dice ai preti di costruirle una cappella? Quante domande si poneva il povero abate…

Ma allora alla grotta di Massabielle quel giorno dell’ 11 febbraio del 1858 veramente la Madre di Dio è scesa sulla terra?  Si, era tutto vero, quel giorno si sono aperte le porte del cielo e Maria è scesa sulla terra, scegliendo un’ignorante analfabeta per compiere la sua missione!!

E’ da poco passato l’illuminismo e il periodo della restaurazione è ai suoi albori. In tutta Europa e in particolar modo in Francia si erano creati dei moti rivoluzionari e si stavano affermando le nuove idee di libertà e nazionalità. In questo periodo sorsero Il liberismo e il socialismo, l’autoritarismo e il liberalismo, il nazionalismo e il radicalismo, tutti movimenti che nulla avevano a che fare con la fede religiosa. Quell’inverno per Lourdes fu particolarmente difficile: carestia, disoccupazione, epidemie avevano fatto le loro vittime. Anche la famiglia di Bernadette, i Soubirous, da mugnai benestanti si ritrovarono ben presto a dover dormire in una ex prigione (Cachot), dico ex prigione, perché era talmente malsana l’aria di questo luogo che il carcere con i detenuti era stato spostato altrove.

Sono passati ormai oltre 150 anni da quel giorno e di cose a Lourdes ne sono cambiate molte. Si sono costruiti alberghi, (oggi è  dopo Parigi è la città di Francia con il più alto numero di alloggi), negozi, ecc…

Ma lo spirito che si respira a Lourdes è sempre lo stesso.

Quando si arriva, dalla strada principale non sono visibili né la Grotta, né le basiliche perché si trovano ad un livello stradale più basso. Ma quando si varca il cancello principale eccole finalmente: la basilica del Rosario, la più bassa, sovrastata dalla basilica superiore e a sua volta sovrastata dalla cripta. Dall’alto due rampe scendono fino al piazzale principale e con un abbraccio accolgono tutti i pellegrini. A me piace pensare che siano le braccia di Maria stessa che ti stringono in un abbraccio materno.abbraccio

Quando sei a Lourdes all’interno del recinto, non pensi più a nulla.

Sei solo tu con la tua Mamma celeste, che è sempre pronta a raccogliere le tue richieste, le tue tristezze, le tue povertà, le tue infermità. Lei è li che ti aspetta alla Grotta e come solo una madre sa fare ti ascolta, ti conforta e teneramente ti abbraccia con quella tenerezza che ha solo una madre ha.

I malati, parte importante di questo luogo sono le persone predilette da Maria e quando vedi bambini, giovani, vecchi in carrozzella o in lettiga, anche se sei consapevole che per molti di loro Lourdes rappresenta “l’ultima spiaggia” non sei sovrastato dalla pietà perché nei loro sguardi vedi il miracolo della pace e della serenità.

Una volta, parlando con un santo sacerdote, gli dissi che stavo per partire per Lourdes e dato che si trovava molto malato, gli annunciai che avrei pregato per lui. Ma egli di rimando mi disse che pregassi non per lui ma perché riuscissi a capire la sua sofferenza. E’ vero a Lourdes ti si apre il cuore e comprendi che la sofferenza di questi malati è a riscatto anche dei miei peccati.

La giornata del pellegrino, inizia con la S. Messa alla Grotta la mattina presto, quindi c’è tempo per bagnarsi alle piscine(che sono poi delle vasche in pietra) dove scorre l’acqua della fonte che la Vergine fece scavare a S. Bernadette, poi  la via Crucis con statue di bronzo, a seguire la processione del Santissimo e la benedizione degli ammalati e a sera la processione con le fiaccole. La giornata molto spesso si chiude con un ultimo rosario recitato sulle rive del Gave, il fiume che lambisce la S. Grotta.

Generalmente un pellegrinaggio dura circa 4-5 giorni, ma quando si parte per il viaggio di ritorno, facendo l’ultimo saluto alla Madonna, la felicità che porti dentro ti segue tutto l’anno.

Fatima, la luce sul mondo.

13 maggio del 1917. Era la domenica precedente l’Ascensione e tre piccoli pastori di 10, 9 e 7 anni dopo aver partecipato alla S. Messa, andarono a pascolare il gregge in una radura chiamata “Cova de Iria”. Era una grande radura di terra disconnessa con qualche piccolo leccio. Fu su uno di quei lecci che, dopo un lampo improvvmadonna fatimaiso, apparve una signora rivestita di luce. I ragazzi ne ebbero timore ma la bella signora disse: “non abbiate paura, sono del cielo”.

A Fatima, tutto iniziò così.

A Lucia, Giacinta e Francesco la Vergine apparve ogni 13 del mese da Maggio ad Ottobre, chiedendo ai ragazzini penitenza per i “poveri peccatori” e lasciando loro tre segreti.

Oggi Fatima conta circa 12 mila anime ed è un paesino ubicato nel comune di Ourem nel cuore del Portogallo. Non esistono nè ferrovia né tantomeno un aeroporto. Vi starete chiedendo come si arriva in questa piccola oasi sperduta della valle portoghese. Ebbene, la cittadina dista solo 120 kilometri da Lisbona percorribili tramite pullman di linea. Il percorso, a differenza di quello che porta a Medjugorje, è lineare. Appena usciti dall’autostrada, ci accolgono loro Lucia, Giacinta e Francesco che, come delle guide, ci indicano il cammino.

Ed ecco Fatima!

Si apre subito davanti ai nostri occhi la Cova de Iria: quello che al tempo delle apparizioni era una pietraia disconnessa, oggi è una grande piazza in cui svetta nella parte alta la Basilica. A sinistra del piazzale la Cappellina delle Apparizioni: una minuscola cappella avvolta in una struttura di vetro che racchiude la statua della Vergine.

Certamente oggi Fatima si presenta al pellegrino in una veste ben diversa da come era al tempo dei pastorelli: moderni alberghi e negozi, che in maniera molto discreta, fanno da contrappunto alla spianata di Cova de Iria.Ma se qualcuno volesse rendersi conto di come fosse la zona al tempo delle apparizioni, è sufficiente percorrere il sentiero che si sviluppa dalla Rotonda Sud verso Valinos, Cabeco e Aljustrel, e perdersi tra i terreni incolti, i lecci e l’eucalipto che qua cresce rigoglioso. È qui che il pellegrino può percorrere la Via Crucis e ritrovare sé stesso.

Su Fatima sono stati scritti fiumi di inchiostro e sui segreti che la Vergine ha rivelato ai tre pastorelli si sono spese parole all’infinito; in special modo sul famoso terzo segreto.

E allora perché andare a Fatima?

Perchè è il luogo in cui si possono chiedere delle grazie, in cui il pellegrino rafforza la fede e si immerge in quella profonda e personale preghiera che solo il credente può comprende.

Ma soprattutto, perché Fatima è il luogo in cui il pellegrino si ferma e dice “Grazie”.