Il Pane trasformato

 

Oggi vorrei raccontarvi della prima volta che visitai il Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano.

Nel 1999, stavo organizzando un viaggio di gruppo con destinazione San Giovanni Rotondo. Durante la stesura del programma mi accorsi che mi occorreva un punto, un luogo dove poter fare una sosta per il pranzo visto che la distanza non mi permetteva di fare il viaggio in un’unica soluzione.

Sapevo che nella zona di Chieti c’era una località, Lanciano, che era nota per un Miracolo Eucaristico avvenuto attorno alla prima metà dell’VIII secolo.

Così impostai il tour decidendo di fermarmi proprio in quel luogo.

Partimmo che era primavera inoltrata, la fresca brezza mattutina aiutava a svegliarci dall’intorpidimento della notte trascorsa. Arrivammo a Lanciano all’ora di pranzo e, scesi dal pullman, ci incamminammo verso il centro storico dove era stato prenotato il ristorante.

Sinceramente, arrivando a Lanciano non immaginavo di trovarmi di fronte ad una città ricca di monumenti di straordinaria bellezza ma soprattutto un luogo così intriso di storia: il suo nome in epoca romana era Anxanum ed ebbe il suo massimo splendore nel Medioevo quando divenne importante per le sue Fiere di bestiame, visto che si trovava al crocevia dei due rami del famoso Tratturo.

Ma non sono qui per farvi una lezione; oggi vi voglio raccontare la storia di un monaco.

Si narra, infatti, che un monaco, discepolo di San Basilio, di origine greca, studioso delle scienze umane, fosse tormentato dal dubbio sulla reale presenza di Gesù nell’Eucarestia. Fu proprio per questa sua incertezza che avvenne il Miracolo. Infatti, si racconta che durante la celebrazione della S.Messa, nella chiesa di San Francesco, il monaco venne colpito ancora una volta dal dubbio che durante la consacrazione potesse avvenire la transustanziazione, cioè la trasformazione dell’ostia in carne e del vino in sangue; ed è proprio durante la consacrazione che vide l’Ostia tramutarsi in carne umana e il vino in sangue, il quale si coagulò in 5 grumi. Non si conosce il nome del monaco in questione ma sicuramente penso che le sue incertezze, dopo tale avvenimento, si fossero definitivamente dissipate.

La carne venne stesa dai monaci su un supporto ed esposta ai fedeli per la contemplazione.

I secoli trascorsero e la carne non presentava un benchè minimo segno di putrefazione.

Nel 1970, l’arcivescovo di Lanciano, decise di chiedere un esame istologico del “miracolo”. Il compito fu affidato al dott. Linoli, capo del servizio dell’ospedale

ostensorio

di Arezzo e professore di anatomia istologica e chimica, coadiuvato dal prof Bertelli dell’Università di Siena. Il dr Linoli, fece dei prelievi sulle reliquie e il risultato presentato qualche mese dopo dette conferma che la carne miracolosa è veramente carne umana ed appartiene al muscolo cardiaco ed anche il sangue miracoloso, confermato dall’esame cromatografico, è vero sangue umano appartenente al gruppo sanguigno AB (lo stesso della Sacra Sindone conservata a Torino) ed entrambi i campioni, carne e sangue, sono della stessa persona. Oltre a ciò, il dr Linoli ha certificato che non vi è la presenza di sali o sostanze estranee introdotte a scopo di mummificazione.

Anche la scienza, quindi, ci conferma l’inspiegabilità dell’avvenimento.

Il Miracolo, posto in una teca di cristallo di rocca sull’altare maggiore, è sempre visibile così come visibili sono i grumi di sangue.

Da dietro l’altare, alcuni gradini permettono ai visitatori di salire

per meglio vedere da vicino il prodigio avvenuto nell’VIII secolo.

Quando fu arrivato il mio turno, salii con trepidazione quei pochi gradini, e subito risuonarono in me le parole dell’Angelo che disse ai 3 pastorelli a Fatima: “Dio mio, io credo, adoro, spero e Vi amo. Io Vi domando perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, non Vi amano.”

Quando talvolta, umanamente, siamo portati a dubitare, il Miracolo avvenuto a Lanciano ci riporta a credere che, nonostante l’apparenza, durante la S. Messa nel momento della consacrazione veramente in quell’Ostia c’è la presenza di Gesù con la sua carne, il suo cuore e il suo sangue.

Lo posso dire, sono uscito da quel Santuario con un senso di pace e con le risposte che attendevo da tempo e che non sapevo la mia anima stesse cercando.

Il Sepolcro…..vuoto !

DSCN0943

la Via Dolorosa

Lasciata la valle di Giosafat, una strada in leggera salita conduce alla “Porta dei Leoni” o delle “Pecore” così chiamata perché vi sono intagliate 4 pantere scambiate per leoni o per pecore. Questa è una delle 7 porte accessibili per entrare nella città vecchia di Gerusalemme ed è il luogo dove tradizionalmente inizia la “ via Dolorosa” , la strada che fece Gesù caricato della croce per arrivare al Calvario. Siamo nel quartiere musulmano della città vecchia.

A pochi passi dall’ingresso, troviamo la chiesa di S. Anna costruita in stile romanico. Ha un’acustica perfetta e diversi gruppetti di pellegrini si cimentano a cantare “a cappella”. La tradizione vuole che questo luogo fosse la casa di Gioacchino e Anna i genitori della Vergine Maria e dove Ella sarebbe nata. Nei vangeli canonici non si parla della nascita della Madonna, ma ne parla il protovangelo di Giacomo risalente al secondo secolo. Infatti, secondo la prima tradizione cristiana, la casa dei genitori di Maria è collocata vicino ad una piscina doppia, considerata centro di cura (appunto la piscina di Betesda- una specie di luogo termale) riportata in seguito nel vangelo di Giovanni.  Gli scavi archeologici iniziati nel 1871 portarono alla luce quella che era la biblica “piscina Bethesda”.

Poco oltre la chiesa di S. Anna, si trova sempre sulla destra percorrendo la via dolorosa, la chiesa della Condanna o Flagellazione e la chiesa dell’Ecce Homo. La chiesa della Flagellazione è sormontata da 5 cupole che rappresentano le 5 piaghe di Cristo. Nell’abside interno alcune statue di cartapesta raccontano la Passione di Gesù.

Il percorso della via dolorosa si svolge attraverso il mercato dove, tanta gente si accalca tra i vari negozi del souk arabo. I pellegrini che trasportando una croce fanno la pia pratica della via crucis, si mescolano con turisti, militari israeliani ed abitanti del luogo. Delle enormi cataste di pane appena sfornato, vengono trasportati da ragazzini con minuscoli e stretti carretti adatti ad entrare in quelle viuzze da ampi gradoni che salgono verso il Golgota, attraverso questo bazar dove viene venduto di tutto: souvenir, tessuti colorati, sciarpe, vestiti, spezie profumate, incenso profumato che inonda i vicoli circostanti.

DSCN0970

il mercato

Il percorso che Gesù caricato della croce fece verso il Golgota l’ho sempre raffigurato come una strada in salita. In realtà mi accorgo che il percorso è reso quasi pianeggiante dalla costruzione di ampi gradoni di pietra resi lisci dall’usura del calpestio di milioni di persone che hanno percorso quel tratto di strada, la stessa che Gesù percorse oltre duemila anni fa e che mi immagino non fosse molto diversa da oggi.

Al termine di questo, si arriva in una specie di spiazzo nel quale fanno capolino le cupole della Basilica del S. Sepolcro. Si entra da una piccola porticina dove sullo stipite in alto è posto un cuscino per evitare di battere la testa. Da qui si entra in una minuscola chiesetta cristiana ortodossa e con una scala si scende nella sottostante piazza: la piazza della Basilica del Santo Sepolcro. Un grande portone ci introduce forse nel luogo più sacro per tutta la cristianità.

DSCN0969

pietra della deposizione

Appena passato vedo tanti pellegrini inginocchiati davanti ad una pietra di granito rosso, è la pietra dove secondo la tradizione è stato posto Gesù quando venne deposto dalla croce. A destra, una ripida scala a chiocciola porta sulla sommità della roccia del Golgota. Vi è stato posto un altare e sotto ad esso è possibile mettere la mano nel foro lasciato dalla croce. A sinistra della pietra della deposizione, c’è il S. Sepolcro: un’edicola molto grande formata da due ambienti, il primo detto cappella dell’Angelo è l’anticamera alla seconda cappella che è il luogo vero e proprio del Sepolcro. La fila per entrare è generalmente abbastanza lunga ed è regolata a seconda degli orari dalle diverse confessioni cristiane. Si entra da una porta stretta, piccola, chinandosi per non battere la testa in un gesto di umiltà

DSCN0968

il Golgota, luogo della crocefissione

E’ arrivato il mio turno per entrare e l’emozione è forte, non mi sembra vero di trovarmi lì nel luogo origine della mia fede..

E’ strano, ma provo un senso di felicità e di pace interiore. Riesco a pensare solo alla vita e non alla morte. In questo luogo le parole del Vangelo di Luca prendono forma: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”. In piedi sto contemplando la pietra del sepolcro vuoto e davanti ad esso si completa la mia fede ma lasciandomi molti interrogativi. Vorrei rimanere ancora lì, ma un prete ortodosso mi fa cenno che è ora di uscire per lasciare posto ad altri pellegrini. Esco da quella piccola porticina, con le lacrime che mi rigano il volto.

DSCN0959

ingresso al S. Sepolcro

Il Pianto del Signore

 

A circa mezza costa del Monte degli Ulivi, tra la chiesa del “Pater Noster” e la Valle del Cedron, c’è la chiesa detta “Dominus Flevit” (Il Signore Pianse).

dominus flevitProvenendo dalla chiesa del Pater Noster, la strada è stretta e ripida con l’asfalto reso liscio dall’usura e dal sole. Sulla destra, centocinquantamila tombe si presentano come grandi sarcofagi di pietra su ognuno dei quali i visitatori o parenti del defunto lasciano un sassolino come simbolo per la visita fatta: è il cimitero ebraico. Dal cancello aperto, scorgo degli ebrei in preghiera e la mia guida mi dice che in quel cimitero ci sono anche le tombe di alcuni profeti, tra cui il profeta Zaccaria. Il motivo per il quale un ebreo vuol essere sepolto in quel cimitero è da ricercare in un brano della Bibbia e precisamente nel libro di Zaccaria, dove si identifica il Monte degli Ulivi come il luogo da dove, alla fine dei tempi, Dio inizierà a far risorgere dai morti.imitero ebraico

Quasi difronte al cancello del cimitero, sulla destra, un altro cancello ci introduce in un giardino ben curato: ci sono fiori, piante grasse, ulivi, eucalipti. Al centro una costruzione la cui forma ricorda una “lacrima”: è la chiesa della Dominus Flevit, costruita dall’arch. Barluzzi nel 1955.

L’edificio è piccolo ed è stato costruito su una pre-esistente chiesa bizantina del IV secolo il cui pavimento a mosaico è oggi parte della chiesa stessa. L’interno, abbastanza spoglio, è caratterizzato da un’enorme vetrata dietro l’altare, dalla quale è possibile scorgere il panorama della città vecchia di Gerusalemme, anche se la vista migliore si ha all’esterno dalla terrazza: le mura con la Spianata delle Moschee da cui spicca la scintillante Cupola d’Oro della Moschea, la porta dei Leoni, la tozza cupola della chiesa del S. Sepolcro, a sinistra l’isolata chiesa del Gallicantu e in fondo il campanile della chiesa del Patriarcato Latino. Poi la chiesa della “Dormitio Mariae”, e naturalmente tra la chiesa della Dominus Flevit e la cittadella di Gerusalemme, in basso, l’orto del Getzemani e la trafficata strada che percorre tutta la valle del Cedron. Oggi il cielo è particolarmente terso da nubi e le pietre biancastre degli edifici che formano la città amplificano il suo splendore, mentre gli immancabili muezzin fanno sentire asincronicamente la loro voce dalle numerose moschee della città, richiamando i fedeli dell’Islam alla preghiera.

oldcity22 In questo luogo viene ricordato il fatto descritto nel Vangelo di Luca, quando Gesù guardando, Gerusalemme, pianse dicendo «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

 Quanto è vero ed attuale il pianto del Signore!! Quanti ancora dopo oltre duemila anni non hanno compreso! La tristezza mi invade ricordando quante volte il Signore avrà pianto per noi, avrà pianto per me per non aver compreso i suoi insegnamenti, per non essere stati pronti a raccogliere la sua parola. Dunque, anch’io sono come la cittadina di Gerusalemme che non ha compreso la via della pace? Anche noi saremo cinti d’assedio e saremo abbattuti perché non abbiamo riconosciuto il tempo in cui siamo stati visitati?

E’ con questi pensieri che malinconicamente lascio questo luogo e mi avvio verso il giardino del Getzemani.

Abbà, Padre

 

E’ mattina quando, lasciato il nostro hotel nella zona moderna di Gerusalemme, ci avviamo verso il Monte degli Ulivi. La strada, delimitata da alberi è un susseguirsi di moderne abitazioni, alcune hanno il proprio giardino, altre sono grandi condomini. Mi salta all’occhio una cosa comune a tutte quante: i primi due piani hanno le finestre blindate da grate di acciaio per paura di lanci di sassi da parte di qualche facinoroso.

Ecco che superata la valle della Geenna, un tempo luogo dove il fuoco sempre acceso divorava i rifiuti che venivano prodotti nella cittadella, arriviamo alle mura di Gerusalemme e nel costeggiarle, noto la Porta di Sion, quindi la Porta di Jaffa a seguire la Porta Nuova, la Porta di Damasco, sempre molto vivace con il vicino quartiere musulmano con il suo mercato. Infine, alla confluenza con la valle di Cedron, si sale verso il Monte degli Ulivi. In realtà non è un vero e proprio monte come lo intendiamo noi ma una collina.

Gesù passò molto tempo sul Monte degli Ulivi e sicuramente ci passava per recarsi dall’amico Lazzaro a Betania appena oltre il colle; ed è proprio qui, alla base del Monte che avvenne il tradimento da parte di Giuda nel giardino del Getsemani.

È qui sul Monte che ci insegnò a pregare, ed è qui che pianse per Gerusalemme.

Ci fermiamo nel luogo dove secondo la tradizione avvenne l’Ascensione. La visita devo dire che lascia un po’ di amaro in bocca: l’Edicola è oggi una moschea non più adibita al culto. L’interno, è imbrattato dal guano dei piccioni che vi hanno nidificato. E’ circondata da un muro esterno ottagonale con alcuni altari sui quali il giorno della festa propria, i cristiani celebrano le S.Messe.

Proseguiamo, ed ecco che da un muro spunta una bandiera francese. Siamo arrivati alla Basilica del Pater Noster. Tutta la zona della basilica è circondata da un alto muro perimetrale. All’interno c’è un grande giardino ben curato. La storia narra che nel 1856 la principessa francese Aurelia Bossi, principessa de la Tour d’Auvergne, acquistò il terreno e le annesse rovine del vecchio santuario. La principessa, vi costruì anche un monastero per le carmelitane e dagli scavi compiuti, si trovarono dei graffiti in una grotta. Qui in questa grotta, la tradizione vuole che Gesù istituì la preghiera per eccellenza: il Padre Nostro

Lungo tutto il muro interno e nelle pareti del chiostro, 62 pannelli formati da piastrelle di ceramica, riproducono in tutte le lingue del mondo ed anche in alcuni dialetti italiani, la preghiera che Gesù ci ha insegnato: il Padre Nostro.

Che preghiera ci ha lasciato! quanta profondità! quanta bellezza! quanto Amore !

Con Gesù abbiamo imparato a chiamarlo Padre, come nessun altro lo ha mai fatto, anzi “abbà” che è forse la maniera più tenera di un bambino di chiamare il proprio genitore,  abbiamo imparato a chiedere il pane quotidiano nell’Eucarestia, abbiamo imparato a lasciarci andare tra le sue braccia nel “sia fatta la tua volontà”, come del resto Gesù stesso nel Getzemani ha chiesto al Padre che sia la Sua volontà ad essere fatta e non la sua, abbiamo imparato a chiedere il perdono per i nostri peccati ed infine gli abbiamo chiesto di proteggerci  alle tentazioni del mondo edi non abbandonarci nell’ora della prova.  Amen !!!!!

Betlemme, una grotta di luce

 

 

 

 

“Siam Giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei……” così inizia la poesia “ la Notte Santa” scritta da Giudo Gozzano nel  1914 che imparai alle scuole elementari.

In effetti sono a Betlemme. La piccola Betlemme sorge a circa 10 km a sud di Gerusalemme su due colline a circa 750 metri di altezza. Il suo nome in ebraico Beit Lehem significa letteralmente “casa del pane”, mentre in arabo Bayt Lahm significa “casa della carne”. Era la città del Re Davide.  Per arrivarci, essendo una città sotto il controllo dell’autorità palestinese, occorre passare il muro che la separa da Gerusalemme. Un controllo sommario dei passaporti effettuato dai militari israeliani e si entra in territorio palestinese, nella Cisgiordania.

Il paesaggio decisamente cambia e si passa da quello che definiremmo “occidentale” con strade ordinate e abitazioni di tipo residenziale ad un paesaggio dove le abitazioni sembrano sgomitare tra loro per farsi spazio in un piccolo territorio messo a loro disposizione: 30 km quadrati con circa 30 mila abitanti. Anche dove transitiamo con il pullman le strade non si possono definire tali; a volte mi sono sempre domandato se gli autisti dei nostri pullman sarebbero capaci di condurre un mezzo di dodici metri su strade dove a mala pena riescono a passare due automobili !

Finalmente dopo alcune “acrobazie” da formula uno del nostro autista, si arriva al parcheggio riservato ai pullman: è una costruzione fatta con grezze pareti e grossolane colonne di cemento armato che a prima vista non mi sembra neppure terminata. E’ costruito sulla costa della collina a strapiombo sulla vallata. Scendiamo dal nostro mezzo e subito una nube di gas di scarico ci prende alla gola. Usciamo e ci troviamo “assediati” dai soliti venditori di rosari ed altri oggetti di culto.

Dopo pochi metri, eccoci nella piazza dove sorge la Basilica della Natività. E’ abbastanza grande ed è caratterizzata dall’imponente costruzione del minareto della Moschea di Omar.  Di lato ad essa, una strada con diversi bazar tipici del medio oriente le cui vetrine sono tappezzate da colorati tessuti.  Da altri negozi di spezie accatastate in sacchi di iuta escono fragranti profumi che impregnano l’aria. Vedo anche degli orafi con le loro vetrine strapiene di oggetti esposti disordinatamente sotto la luce di lampade al neon.

Nella strada e nella piazza vicina è tutto un brulicare di turisti, pellegrini e abitanti di Betlemme. Sono in maggioranza mussulmani e li riconosco perché indossano le tipiche tuniche e  le donne  sono velate.

I bambini giocano sulla piazza e si mescolano ai numerosi venditori, anche giovanissimi, di paccottiglia. Il selciato della piazza è fatto di pietre di un colore biancastro tendente all’ocra ormai rese lisce dal tempo, dall’usura e dal sole.

Ma la basilica della natività dov’è?

In effetti non è molto visibile perché un alto muro la racchiude come una fortezza.Vi si accede chinandosi da una porta molto bassa e il muro di passaggio è spesso quasi 1 metro. Questo chinarsi è un atto penitenziale, per entrare nel luogo della nascita di Gesù.

Appena entrati, ci si trova nella chiesa ortodossa. Dal soffitto scendono numerose lampade e siccome un tempo venivano alimentate ad olio, l’interno della basilica è scuro e tetro. Anche gli affreschi sono scuriti dal tempo. Ma mi avvio verso destra dove una fila interminabile porta alla grotta della natività.

Dopo circa mezz’ora di coda mi trovo a scendere dodici scalini di marmo, parecchio stretti e poco illuminati. Appena entrati subito a destra un piccolo altare ricoperto di drappi, mentre sotto ad esso, per terra la stella in argento: è il punto della nascita, una serie di lampade pendono sopra la stella, mentre di fronte ad essa si trova la mangiatoia. Mi chino per baciare la stella e mi apparto per meditare. C’è un prete ortodosso che mi fa cenno di uscire, ma dato che in quella posizione non blocco la coda dei pellegrini, italianamente faccio finta di nulla e rimango qualche minuto in preghiera.

Oltre duemila anni fa, Egli è nato per noi, è nato per me. E’ nato per portare luce in quella grotta della nostra anima, in quella grotta dove spesso cerchiamo di nascondere le nostre povertà. E Lui povero tra i più poveri, piccolo tra i più piccoli, nella più piccola tra le città della Giudea, in un’esplosione di luce è nato ed ha rischiarato il mondo portando in ciascuno di noi la speranza, l’amore…….la vita.

Sono sceso in questa grotta un po’ buia dove l’Amore si è fatto carne in un bambino e per uscire risalgo da altri gradini alla vita nella luce del Salvatore.

Ormai è tardi e usciamo da Betlemme, con una breve sosta alla “Grotta del Latte”, una grotta tutta bianca dove la leggenda racconta che la Madre di Dio con Giuseppe e il Bambino si soffermò ad allattare Gesù. Una goccia di latte cadde dal suo seno e da quel giorno tutta la caverna ha assunto il colore bianco.

A un paio di chilometri dalla Grotta della Natività una fermata d’obbligo anche al  “Campo dei Pastori”: un  giardino con tante piante e pini dove ci sono alcune grotte che furono usate dai pastori. C’è anche qui una cappella costruita dall’architetto Barluzzi. All’interno, degli affreschi raccontano la natività e l’annuncio ai pastori, mentre dal tetto costruito con tanti fori chiusi da piccole tessere di vetro, lasciano trasparire la luce come fosse un cielo stellato.  Non può non tornarmi in mente la poesia di Gozzano:

“È nato!

È nato il Sovrano Bambino.

La notte, che già fu sì buia,

risplende d’un astro divino.

Orsù, cornamuse, più gaie

suonate; squillate, campane!

Venite, pastori e massaie,

o genti vicine e lontane!”